A un anno dal terremoto
Una pioggia inefficace di soldi il Piano di prevenzione sismica Del Rio

Vasco Errani lascerà molto presto l’incarico di commissario straordinario per le zone terremotate. La ricostruzione non sta procedendo nel modo migliore. Le colpe di Errani? La prima temo che sia “politica”: aver aderito a Mdp. La seconda può risiedere nella scarsa conoscenza di una difficile “marca di confine” appenninica. Ma la responsabilità è essenzialmente del

governo Renzi che, in una zona così ricca di valori storico-artistici e paesaggistici ha praticamente escluso le Soprintendenze da lui detestate facendole lavorare alla disperata con pochi mezzi e meno uomini. Carentissima poi la direzione generale del Mibact (e quindi lo stesso ministro Franceschini) che, a differenza del terremoto umbro-marchigiano del 1997, non ha provveduto a far puntellare subito a fine agosto i monumenti a rischio, col risultato di vederli crollare sotto le scosse successive e sotto il nevone di gennaio.
Lavorando alla disperata si è riusciti a “mettere in salvo quanto possibile del patrimonio storico e artistico di quei territori, su un’area geografica vastissima. Un lavoro enorme ma non basta”. Lo dicono in un appello accorato al presidente della Repubblica Mattarella, 60 storici dell’arte del Ministero, con coraggio sfidando bavagli e censure. “A preoccuparci grandemente è la sorte del ricchissimo e per tanti versi straordinario patrimonio monumentale dell’Appennino, costituito dalla fitta trama di borghi, centri storici e antiche chiese disseminati tra le montagne e le valli compresi tra i Monti Sibillini e quelli della Laga, in un contesto ambientale di incontaminata bellezza, che rischia di perdersi completamente.”
Una speranza c’è, ma fioca e va colta subito: “Tanto è irrimediabilmente perduto ma tanto può ancora essere salvato.” Perciò si appellano affinché “siano stanziate al più presto le risorse necessarie alla messa in sicurezza degli edifici gravemente lesionati o parzialmente distrutti, degli affreschi e degli apparati decorativi fissi rimasti esposti dai crolli delle coperture (…) sforzo economico, organizzativo e procedurale necessario a restituire ai territori tanto duramente colpiti il loro volto storico e, con esso, la prospettiva del futuro.” Ne avrà la forza il Mibact stremato, stravolto, immerso nel caos e nella paralisi dalle deformanti “riforme” del suo ministro rimediando agli errori marchiani di un anno fa? Si vedrà.
Purtroppo i terremoti si susseguono e tuttavia non si intravede una svolta nella politica di prevenzione. Il dramma di Ischia conferma che è da suicidi non combattere a fondo abusi e illegalità urbanistiche e ambientali, l’uso di materiali scadenti (altro che anti-sismicità) in una zona “rossa” distrutta già a fine ‘800. Ci vuole al più presto un piano nazionale di prevenzione ma quello elaborato dal ministro Graziano Del Rio rappresenta, secondo uno dei maggiori esperti, Roberto De Marco, già a capo del Servizio sismico nazionale (inglobato da Berlusconi nella Protezione Civile), “una operazione a pioggia dai connotati populisti, una iniziativa poco mirata”. Difatti la spesa possibile non viene concentrata – come i sismologi reclamano – nella zona “rossa”, cioè nei 703 Comuni più a rischio che coprono la dorsale appenninica centro-meridionale, queste isole tirreniche e le Prealpi friulane, ma la spalma anche su altri 2.187 Comuni di media sismicità e, udite udite, su 2.003 Comuni a bassa sismicità. In tal modo di prevede – contesta De Marco – una spesa enorme, a gittata secolare almeno, dai risultati tuttavia lontani e incerti. Un’operazione probabilmente elettoralistica. Come quella, disperata, dei sindaci di Ischia e del governatore De Luca che si rifiutano di considerare le migliaia di case alzate o sopraelevate ovunque il detonatore che rende tragico un sisma di soli 3.6 punti (in sé non gravissimo) o anche una delle tante frane ischitane.

Il Tirreno e altri quotidiani del gruppo Espresso, 24 agosto 2017