Roberta nella Capitale, Isabella a Firenze e Alessandro a Napoli: quanto è difficile rispondere (senza ridere) alle domande assurde dei visitatori stranieri a volte un po’ troppo ignoranti

“Ma che vuol dire BC, before computer? Ah no, forse è before Columbus!”. Se pensate che una domanda tanto bizzarra, e soprattutto rivelatrice di un’ignoranza abissale della storia umana, sia un’eccezione, vi sbagliate. Per le nostre guide turistiche, spesso laureate e iper specializzate, interrogativi come questi sono all’ordine del giorno.

Negli oltre vent’anni di questo lavoro, ad esempio, Roberta – storica dell’arte e guida turistica romana – ha visto di tutto: “Ricordo un gruppo di

ingegneri indonesiani arrivati in visita al Colosseo. Appena scesi, hanno chiesto dove fosse la Torre di Pisa, e quando gli ho spiegato che era a quattro ore di macchina sono andati via (non sapete quante persone la cercano a Roma). E poi ci sono quelli che entrano a San Pietro e mi domandano dove sia la tomba di Gesù, così come è pieno di gente che vuole vedere il Cenacolo di Leonardo.

Domande assurde anche di fronte alla Pietà di Michelangelo: c’è chi mi ha chiesto quale dei due fosse Gesù, o se fossero Giulietta e Romeo. Ma l’apoteosi credo sia stata raggiunta dentro la Cappella Sistina: appena entrati, un signore mi chiede: scusi, ma che dobbiamo fare ora?”.

Esperienze analoghe le ha fatte anche Isabella, anche lei storica dell’arte e guida turistica fiorentina. “Una volta un canadese non riusciva a capire quale fosse l’ingresso del Duomo. In tanti poi mi chiedono se i Medici fossero una famiglia mafiosa, mentre mi è capitato anche di avere dei clienti che sostenevano che le palle dei Medici simboleggiassero i testicoli dei membri maschi della famiglia. E poi in molti vogliono vedere la Monnalisa agli Uffizi, mentre un gruppo di crocieristi – ormai sono di livello bassissimo, non sanno neanche in che paese si trovano – pretendeva di visitare l’intera Toscana in un giorno, ma sbarcando a Calais, in Francia. Ricordo anche episodi buffi, come quella classe di ragazzini egiziani scandalizzatissimi di fronte a statue nude”.

Ha parecchie domande farsesche da raccontare anche Alessandro, che lavora con guida in Campania. “Ovviamente i ‘Maschio Angiolino’ o ‘Mastro Angiolino’ si sprecano, così come ‘i Faraoni di Capri’”, dice ridendo.

“Ma mi hanno chiesto anche, in visita a Pompei, perché non usassimo quelle case per i senza tetto. E poi ci sono quelli che vogliono andare a Capri col van, perché non capiscono che è un’isola, mentre ormai è frequente il crocierista che a Napoli crede di stare in Grecia”.

Al di là degli interrogativi grotteschi, le guide turistiche sono testimoni diretti anche di comportamenti incredibili. “La cosa più assurda che mi è capitata”, dice Roberta, “è stata quando una coppia di americani patiti di fitness si è messa a fare stretching dentro la Galleria Borghese. Io stavo illustrando il Ratto di Proserpina di Bernini, mi giro e li vedo per terra. E poi toccano tutto, le statue, gli affreschi, sbatacchiano gli arazzi di Raffaello per sentirne la consistenza”.

“Un giorno invece”, dice Isabella, “ho visto entrare – eravamo nella sala degli Uffizi dedicata ai fiamminghi – un signore del nostro gruppo con un panino che grondava maionese e pomodoro. E non potete immaginare quanti americani se ne vanno in giro per le sale con i loro cappuccini giganti”. “Il picco della maleducazione, secondo me, si raggiunge a Pompei”, dice invece Alessandro. “Ho visto ragazzini giocare a pallone tra le rovine, e soprattutto adulti camminare sui muretti, massacrando i mattoni”. Quanto a malcostume, un’altra piaga radicata, ormai, è quella dei selfie. “Gli orientali sono tremendi,”, dice Roberta, “pur di farsi la foto davanti al quadro sgomitano, ti danno botte con quei maledetti bastoni”. “Ma questa pratica contagia tutti”, aggiunge Alessandro. “Una volta mi è capitato un campione dell’NBI la cui fidanzata si sarà fatta un migliaio di selfie durante la visita agli scavi”. E poi ci sono i ragazzini delle scuole, a volte educatissimi a volte insopportabili. “Un giorno sono incappato in un gruppo davvero selvaggio, si sedevano sui divani di Capodimonte. Ho interrotto la visita”, racconta Alessandro.

Ogni popolo, comunque, ha i suoi difetti. A detta di tutti, i peggiori sono gli indiani, lentissimi, senza disciplina. Anche gli arabi danno filo da torcere, arrivano due ore dopo, “ti trattano come se ti avessero comprato”. Gli americani e gli australiani sono i meno colti, “se tu ad esempio gli dici che sono di fronte a una copia di un quadro credono sia stata fatta ieri, modello Las Vegas”, dice sorridendo Roberta. “Però sono umili, pagano per conoscere e sanno stupirsi”,.

Per le nostre guide, però, i veri problemi sono altri. Spesso sono persone con una o più lauree, che non hanno trovato posto nell’Università o nelle scuole, nei musei blindati, nelle mostre fatte sempre dai soliti noti; e che si trovano esposte a una concorrenza feroce e magari sleale. Quella di persone non laureate ma soprattutto straniere, che vengono con la lezioncina imparata a memoria da paesi dove le tasse sono molto più basse.

E poi c’è la piaga dei “volontari dell’arte”, un fenomeno che riguarda sempre di più siti e monumenti. Ad esempio il Quirinale, dove oggi incredibilmente si può accedere solo se accompagnati da volontari del Touring Club. “Questa mentalità secondo cui le visite guidate le debbano fare studenti sfruttati e non persone che hanno un mestiere, e che pagano mutui, è assurdo”, protesta Roberta. “Siamo davvero in un paradosso: nel paese che ha il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale, gli storici dell’arte e gli archeologi non riescono a lavorare”.

FQ, 14 agosto 2017