Intervista a Vittorio Emiliani, autore del volume “Lo sfascio del Belpaese. Beni culturali e paesaggio da Berlusconi a Renzi” Solfanelli Editore.

di Simona Maggiorelli

1) La sentenza con cui il Consiglio di Stato ha dato il via libera al Parco archeologico del Colosseo, ribaltando la pronuncia del Tar Lazio del 7 giugno scorso. Un tuo commento? Quali le conseguenze?

Le sentenze vanno rispettate, però ad una prima lettura le sentenze del Tar mi sembravano molto ben costruite, argomentate, mentre queste del Consiglio di Stato paiono francamente piuttosto sbrigative. Condivido in pieno il comunicato di Emergenza Cultura nel quale si sottolinea che non

tutto è perduto “in quanto esiste pur sempre il rimedio del ricorso in Cassazione per motivi di giurisdizione. In questo caso i profili di impugnazione ci sarebbero per almeno due aspetti (oltre che una questione non propriamente di dettaglio da proporre come incidente di legittimità costituzionale sulle interpretazioni autentiche post annullamento del Tar, contenute in un testo caravanserraglio delle nefandezze normative). Ci limitiamo, per il momento, a considerare i profili che già oggi impongono una seria riflessione sulle incongruenze di quelle strabilianti pronunce. Il primo riguarda la qualifica del dirigente. Ammettiamo pure (facendo violenza alla Costituzione, al diritto comunitario e alle leggi italiane) che un posto di dirigente statale non implichi necessariamente l’esercizio di potestà pubbliche…il problema è che il direttore del Parco del Colosseo è un dirigente generale che è figura non riconducibile alle mansioni specifiche sulle quali il Consiglio di Stato ha svolto, per dir così, un rammendo che nelle novelle esemplari del Cervantes facevano di norma anziane donne di Siviglia.Ci sono, per legge (art. 16 d. lgs. n. 165/2001) mansioni che non possono essere staccate dalla figura del dirigente generale. Precisamente: lett. c) adozione degli atti relativi all’organizzazione degli uffici di livello dirigenziale non generale; lett. d) adozione non solo di atti e provvedimenti amministrativi, ma anche esercizio dei poteri di spesa e di quelli di acquisizione delle entrate rientranti nella competenza dei propri uffici (che è cosa ben diversa dalla mera gestione economica dei capitoli); In ogni caso il direttore del Parco non avrebbe titolo a partecipare alla conferenza di servizi in funzione di tutela, a far eseguire interventi cautelari e d’urgenza per mancanza del relativo potere amministrativo, non avrebbe titolo a disporre saggi archeologici, a poter esercitare con la ricerca archeologica i poteri di occupazione d’urgenza e di espropriazione, per non parlare della mancanza di potere di vigilanza in parte qua sui beni paesaggistici.” Niente male per un direttore/manager.
2) Il ministro Franceschini  promette un progetto per «l’area archeologica più importante del mondo” e riparte alla carica con l’idea di un concorso internazionale per la direzione. Il precedente per venti musei si è rivelato un passo falso, anche perché il concorso  si è svolto in modo irregolare con colloqui orali a porte chiuse e senza tener conto della norma che non consentiva l’accesso a stranieri. Come la vedi?

Non si è trattato di veri concorsi europei bensì di selezioni pubbliche che pubbliche poi non sono state essendosi svolte…a porte chiuse. La cosa più grave però è che con questo grottesco mini-Parco si mette accozzano la Roma delle origini (il Palatino), la neroniana Domus Aurea allora affacciata sul grande lago circondato di verde dove è stato più tardi alzato il Colosseo. Che coerenza storica, culturale straordinaria! Ci voleva proprio Franceschini. Lo “spezzatino” della Soprintendenza Archeologica unica romana “uccide” una delle poche grandi idee concepite per uno sviluppo di Roma moderno e insieme grandioso: quello cioè di Benevolo, Cederna e Insolera (sposata da un grande sindaco come Luigi Petroselli) per una straordinaria “spina verde e archeologica” sulla quale fondare una avanzata pianificazione urbanistica. Questo invece è un giochetto meschino, provinciale, basato sul “cucuzzaro” cioè sui soldi che frutta il Colosseo e che ancora non si sa bene come verranno spartiti. Tanto più se si pensa in periferia i giacimenti ancora da scavare sono vastissimi.
3) Intanto Franceschini riparte alla carica con il progetto di ricostruzione dell’arena, «per riportare il Colosseo a com’è stato fino all’Ottocento»: un piano, finanziato con 18 milioni di euro. Cui prodest?

Qui siamo davvero alla follia. Nel 2011 quando c’è stata l’ultima grande piena autunnale del Tevere le acque sotterranee del Colosseo sono impetuosamente salite arrivando al primo piano del monumento. Basta interrogare l’architetto Pietro Meogrossi che ha lavorato un ventennio al Colosseo o la medesima Rossella Rea. Sotto il grande anfiteatro infatti c’è un incrocio pericoloso di acque (il cui fragore si sente scendendo al piano più basso della vicina chiesa di San Clemente), di vecchi e nuovi acquedotti o condotti fognari, uno dei quali scende dall’Esquilino, che fin qui non si è mai riusciti a regimare forse perché non li è abbastanza studiati nel tempo. In mancanza di ciò investire 18 milioni nell’Arena Colosseo è oltre tutto un rischio enorme. Ma prim’ancora viene un altro discorso: nella micragna che caratterizza tuttora il bilancio del Mibact l’Arena Colosseo è davvero una priorità? No. Lo è sicuramente l’Appia Antica dove invece manca tutto: mancano mezzi finanziari adeguati (per acquistare, senza bisogno di esproprio, altre vaste aree private da scavare), mancano risorse persino ordinarie, manca gente che falci l’erba e che tenga in ordine gli sterri, che vigili soprattutto contro le continue invasioni di sempre nuovi abusi e abusivi. Ma le priorità sembrano non valere più. Come si vuole utilizzare il Colosseo Arena? Il fatto che il ministro abbia dato la propria calorosa approvazione ad una iniziativa come la incredibile ingombrante, punitiva (per il Palatino) opera rock Divo Nerone fallita sotto ogni punto di vista, fa calare sul Colosseo le previsioni più fosche.

LEFT, 4 agosto 2017