In tanti, tantissimi, chiedono: a che punto sta la ricostruzione post sisma? E la risposta è sempre quella. Procede lentissima, pachidermica, ma piano piano procede. Varato il primo stralcio delle opere pubbliche, varati i primi piani per i beni culturali (dove si restaurano anche chiese di Citerna e di Ostra Vetere, ma tant’è), partiti anche i primi pochi e piccoli cantieri di ricostruzione privata.
Non ci lamentiamo di questo, mai. Dobbiamo solo pensare a cosa è stato il sisma, a quanto grande è il cosiddetto cratere, a quanti sono stati i

problemi che si sono accumulati l’uno sull’altro (sciame sismico, ghiaccio, neve alta tre metri, ancora sciame e ora il caldo torrido con emergenza idrica e tanto altro ancora). Ho in mente gli sguardi stravolti dei funzionari, degli assessori regionali, del presidente Ceriscioli che si sono davvero adoperati con tutti loro stessi: una volontà che però, spesso, non è bastata. Di questo mai gliene farei una colpa e mai vorrei alimentare polemica.
La sensazione però è che manchi l’idea generale. Manca la strategia del territorio, manca la regia completa della ricostruzione.
La prima colpa di questa situazione è di noi sindaci. Ogni volta che ci incontriamo stiamo sempre a dirci che uno ha più danni dell’altro, più necessità, più sfollati, più calcinacci, più crepe e chiaramente meno soldi. E tutti a chiedere pur di avere un euro in più del proprio vicino. È chiaro che anche sul terremoto ci si gioca la campagna elettorale, il bacino di voti e tutto il resto.
Ma è un enorme autogol; è il più grosso errore che potremmo fare. Deve essere chiaro a tutti che qui non si gioca una partita al prossimo anno, o ai prossimi due o tre, alla scadenza elettorale, amministrativa o politica che sia. Qui stiamo giocando sulla vita dei nostri cittadini e su quella dei loro e nostri figli per i prossimi venti o trent’anni. E allora se siamo amministratori seri che hanno a cuore il futuro dei nostri comuni dobbiamo smetterla subito. Dobbiamo lavorare insieme per avere una visione strategica unitaria.
Avremmo anche un coordinatore dei sindaci, ma che a me non ha mandato mai nemmeno un sms e che mi pare coordini ben poco. Ma anche in questo caso – senza polemica – forse semplicemente non ha voglia di farlo.
Il frutto di questa situazione è la legge regionale n. 25 del 2 agosto del 2017, una legge balneare si sarebbe detto qualche anno fa. La legge regola alcune Disposizioni urgenti per la semplificazione e l’accelerazione degli interventi di ricostruzione conseguenti agli eventi sismici del 2016. Tante le novità, in particolare se ne possono sottolineare un paio: l’art. 2, Varianti ai piani regolatori generali, in cui al comma 3 si norma la possibilità di adottare varianti in deroga ai piani di coordinamento territoriale provinciale e al paesistico ambientale regionale, mentre al comma 7 si demanda ai comuni stessi di verificare la VAS, la valutazione ambientale strategica delle attività urbanistiche.
In sostanza: se un sindaco, me compreso, volesse abbattere completamente una frazione del suo comune, un piccolo borgo, magari con una chiesetta affrescata, un campanile medievale e una struttura castellare ancora visibile (mi pare una tipologia assai diffusa), lo potrebbe fare senza dire né se, né ma, solo decidendolo in consiglio comunale. Certo sarebbe una scelta assai intelligente, visto che costruire tre o quattro, magari anche sei o sette villette per gli abitanti di quel borgo a fondo valle, costerebbe molto meno che ricostruire e restaurare l’esistente.
Allo stesso modo, se io, sindaco, volessi per caso far aprire una raffineria chimica inquinante nel mio territorio (vocato tradizionalmente al verdicchio e all’agricoltura di qualità) lo potrei fare senza problemi, visto che la VAS me la faccio da solo.
Si capisce benissimo che questa legge porta con sé dei rischi elevatissimi non solo per il presente, ma anche e soprattutto per il futuro.
Qual è la strategia di rinascita? Su cosa dobbiamo puntare?
La mia idea è chiara da tempo, io credo che la forza più grande del nostro territorio è il territorio stesso, con le specificità storiche, artistiche, paesistiche e sociali. I Monti Sibillini, e in generale tutta l’area dell’Appennino tra Marche e Umbria, sono miniera straordinaria solo da scoprire: enogastronomia di qualità elevatissima, patrimonio storico artistico di primissimo livello per quantità ed importanza storica, paesaggi mozzafiato, centri storici conservati (fino ad ottobre) in maniera esemplare e rarissima in Italia. Questa è la leva che può farci diventare nuovamente competitivi. Invece cosa facciamo? Autorizziamo a distruggere tutto, in deroga alla tutela.
A mio modestissimo avviso si dovrebbe fare altro:
1- lavorare sul turismo naturalistico, riaprire i sentieri, permettere di far tornare a vivere le montagne più velocemente possibile; le persone devono tornare sulle montagne, magari da turisti che avranno necessità di mangiare, di prendere un caffè, di bere un bicchiere di vino e di comprare il pecorino, il ciauscolo, il mistrà. Significa quindi creare economia e lavoro, immediati. Non è una necessità, è l’unica cosa da fare;
2- mettere in sicurezza e poi restaurare il patrimonio storico artistico in maniera veloce. Ma farlo scientemente, con una scala gerarchica, affidandosi al Ministero e agli organi di tutela, ovviamente, ma anche ai tanti, tantissimi ragazzi laureati in Beni Culturali che non riescono a trovare uno sbocco per la loro formazione. Le ditte che fanno le messe in sicurezza e poi i restauri dovrebbero avere uno storico dell’arte che si dovrebbe occupare dello studio e della documentazione storica sui reperti. È ormai un passo fondamentale. La tutela e la valorizzazione passano solo per la conoscenza, purtroppo su tantissime emergenze oggi in pericolo non c’è quasi nulla di pubblicato e chiaramente i volenterosi e bravissimi (ma pochissimi) storici dell’arte della soprintendenza non possono arrivare ovunque, vista la quantità dei beni da sistemare.
La strategia dei beni culturali non può essere affidata ai singoli sindaci o ai parroci o ai vescovi. Le opere d’arte non sono di proprietà privata, ma sono della comunità. Tutte! Dal capolavoro alla crosta della cappellina di montagna devono essere considerate patrimonio della gente che le utilizza per pregare, per farle vedere ai turisti, per riconoscersi come parte di un insieme più grandi. Le scelte di tenere il patrimonio chiuso, nascosto, “invisibile per trent’anni” come pure è stato detto, è una scelta assurda, una visione scellerata e di pochissima intelligenza.
Si deve pensare a riaprire i musei, a farne di nuovi quando è possibile. Come non pensare a Camerino e all’occasione di unire le collezioni della Pinacoteca Civica e del Museo Diocesano per farne una delle più importanti raccolte d’Italia? E gli esempi possono essere davvero tantissimi.
Creare un centro di restauro che possa essere anche luogo di prevenzione, esattamente come il Santo Chiodo a Spoleto in cui opera l’OPD. Dovrebbe però essere anche luogo di ricerca e di studio, di visite, se possibile, di creazione anche in questo caso di lavoro.
È chiaro che non basta. Ma tutto questo non deve in alcun modo essere considerato alternativo alla ricostruzione privata, a quella delle attività produttive, al piano delle opere pubbliche. Dobbiamo metterci nuovamente a tavolino a redigere una strategia seria, una linea comune, condivisa e coraggiosa, che guardi avanti, a come dovrà essere il nostro territorio tra venti o trent’anni. Tutto deve essere pensato e fatto contemporaneamente, chi dice: “prima le case, poi le chiese” soffre della stessa mancanza di prospettive e di strategia che sta portando alla morte di una grandissima parte delle Marche.