L’errore del ministero complica la nomina del direttore del Parco archeologico
Più che la selezione per un incarico di grande prestigio, il bando per individuare il direttore del neonato Parco Archeologico del Colosseo rischia di trasformarsi in una barzelletta. L’ultimo scivolone in ordine di tempo riguarda la diffusione dell’intero elenco dei 75 partecipanti al concorso. Più precisamente, i loro indirizzi di posta elettronica sono divenuti di pubblico dominio dopo che il responsabile del procedimento al Mibact, Roberto Bernardi, ha inviato una comunicazione via e-mail mantenendo però l’indirizzario visibile a ciascuno dei concorrenti. Una circostanza che ha causato le risposte piccate di diversi candidati, che nelle repliche parlano

apertamente di violazione della privacy, poco comprensibile visto l’oggetto del bando. Ora il pericolo è che qualcuno di loro possa fare ricorso mettendo a rischio la validità della gara.

L’incidente segue di poco il riavvio della selezione per il direttore del monumento più visitato e redditizio in Italia, congelata per un mese e mezzo dopo che il Tar aveva accolto il ricorso del Campidoglio contro il provvedimento con cui il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha creato il nuovo ente. Il Consiglio di Stato dieci giorni fa ha ribaltato la sentenza. Una sfida a colpi di carte bollate che ruota attorno ai proventi dell’area archeologica. Il Comune a 5 Stelle ha contestato la concentrazione di buona parte dei monumenti cittadini più redditizi nelle mani di una sola struttura a guida ministeriale, chiamata a gestire il Colosseo, la porzione del Foro Romano di competenza del Mibact, il Palatino e la Domus Aurea. Solo l’anfiteatro Flavio nel 2016 ha collezionato 6,4 milioni di visitatori portando in cassa quasi 60 milioni di euro, risorse che vengono utilizzate anche per la manutenzione del resto del patrimonio culturale cittadino.

Vista l’importanza della posta in gioco la competizione per la guida del nuovo ente avrebbe dovuto garantire una sfida tra le eccellenze tecniche del settore, invece sfogliando la lista dei 75 candidati pochi spiccano per il loro curriculum. Tra i nomi in corsa sembra di leggere quasi una disputa tra fazioni: Mibact, tecnici ministeriali e docenti universitari. La pretendente più accreditata sembrerebbe Jane Thompson, architetto che negli ultimi venti anni ha lavorato spesso in Italia, dal progetto per il restyling degli scavi di Ercolano alla docenza all’università Bocconi di Milano, apprezzata da Franceschini che nel 2014 l’ha nominata nel Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Dalla sua parte anche il vantaggio del doppio passaporto, utile qualora il Consiglio di Stato a settembre non accogliesse il ricorso del Mibact dopo che il Tar ha annullato la nomina di 5 direttori stranieri di alcuni dei più importanti poli museali perché il bando non ammetteva la loro partecipazione.

La compagine dei ‘ministeriali’ candidati invece annovera l’attuale direttrice del Colosseo, Rossella Rea, il soprintendente per l’area centrale di Roma Francesco Prosperetti, la direttrice del Polo Museale del Lazio Maria Paola Guidobaldi e quella dell’area archeologica di Ostia Antica Mariarosaria Barbera. Tecnici da anni attivi nella Capitale ma forse dal profilo meno glamour rispetto a quello in voga nelle ultime tornate di nomine targate Franceschini. Tra gli outsider invece in corsa Paolo Carafa, docente di Scienze dell’Antichità all’Università La Sapienza di Roma e allievo di Andrea Carandini, padre nobile dell’archeologia romana nella Capitale forte dei suoi ritrovamenti nell’area dei Fori.

Dopo che il Consiglio di Stato ha riavviato la procedura, il Mibact la scorsa settimana ha deliberato che la selezione dovrà concludersi entro il 30 novembre. Per quella data, salvo nuovi ricorsi per violazione della privacy, il Colosseo avrà un nuovo direttore. Nel frattempo l’anfiteatro continua ad avere un vicino ingombrante, il mega palco sul Palatino allestito per lo spettacolo “Divo Nerone”: il flop dell’estate 2017. Il musical è stato interrotto dopo una dozzina di repliche per assenza di pubblico e ritardi nei pagamenti agli artisti e le maestranze. Ora LazioInnova, partecipata della Regione, chiede indietro anche il contributo di 1 milione di euro che aveva concesso alla produzione.

FQ, 5 agosto 2017