L’Italia del Mibact oggi è finalmente diventata il paese delle meraviglie: la crescita felice del popolo di visitatori, la rinascita di Pompei, l’eccellenza dei nuovi direttori, la garanzia dei servizi essenziali, la liberazione dalla burocrazia, la messa al bando dei “furbetti del cartellino”.
Siamo la nazione che più di ogni altra ha in dote un patrimonio culturale immenso, stratificato e diffuso nel territorio, eppure una parte della cittadinanza ancora non ha acquisito piena consapevolezza del fatto che questo patrimonio sia un bene della collettività.

La nostra legislazione prevede che la Repubblica italiana adotti ogni misura necessaria a tutelare e conservare i beni culturali: beni depositari di identità, tradizione, conoscenza e valori immateriali, e come tali portatori di un significato alto per la crescita e la coesione sociale.
Che ci piaccia o meno, lo stato siamo noi: quando andiamo a votare, quando esercitiamo un diritto costituzionale, quando lavoriamo negli enti pubblici, quando insegniamo a scuola.
Nel momento in cui deleghiamo qualcuno a rappresentarci, non significa rinunciare a essere cittadinanza attiva, vigile e pensante: se i giornali più autorevoli riportassero tutti i giorni che l’acqua dei fiumi è diventata viola e potabile a causa di un fenomeno naturale, ci credereste? Non andreste forse a verificare di persona lo stato e il colore dell’acqua, esercitando una virtuosa azione di controllo prima di berla?
Chi è abituato a viaggiare e a visitare spesso i musei statali per lavoro, per studio o per passione, sa che durante la settimana hanno pochi visitatori, sia nei piccoli borghi che nelle città non turistiche. Succedeva un tempo, succede ora e succederà in futuro.
Se qualcuno afferma il contrario mente, sapendo di mentire. Chi omette volontariamente una parte di verità, falsifica la realtà con l’inganno per ottenere un risultato ben preciso.
Per quale motivo un buon museo, per essere considerato tale, dovrebbe necessariamente riempirsi di turisti? Il benessere dei musei non si realizza forse quando coincide con il benessere dei cittadini, o corrisponde a un’equazione di costi e profitti?
Quale missione culturale si prefigge il Mibact per incentivare il pubblico a visitare i musei? Per il momento quella ricreativa, attraverso l’incremento di aperitivi, concerti, sfilate, aperture notturne, eventi, mostre. Si tratta di un aumento della qualità dei servizi ai cittadini, o piuttosto di una sollecitazione al consumo?
Chi loda le “nuove” politiche del ministro Franceschini perché hanno comportato un considerevole aumento di visitatori, con la compiacenza di una parte consistente della stampa, che inneggia quotidianamente ai grandi numeri delle prime domeniche del mese, dimentica di dire che quei visitatori approfittano del giorno festivo a ingresso gratuito, ma molti di essi non scelgono volontariamente, o non sono mossi dal bisogno di cultura e di contemplazione dell’arte, o difficilmente ritorneranno a visitare quel museo e altri siti del Mibact.
Quali sarebbero, pertanto, le migliorie apportate dalle politiche del ministero, e che conseguenze comportano sulla tutela del territorio nel breve e nel lungo periodo, dal momento in cui si sottraggono risorse per destinarle altrove?
Se viene generato un flusso di denaro, ne traggono davvero beneficio i musei stessi? Che ruolo hanno i cittadini in tale contesto, e cosa ricorderanno del museo che hanno visitato?
Proviamo a pensare a un piccolo paese di provincia, con la piazza e la chiesa, il municipio, il negozio di alimentari, l’edicola, il bar, il barbiere, la farmacia, qualche viale alberato, il centro di ristoro per gli anziani, il patronato per i ragazzi, il cinema parrocchiale, la stazione ferroviaria, il parco pubblico con le panchine e i giochi per bambini. Il piccolo paese avrà anche il museo, con qualche pala d’altare proveniente da vecchi monasteri soppressi, la collezione di bronzi, di monete o medaglie, la raccolta di ex voto e di macchine agricole, alcuni mobili, il crocifisso, i dipinti per la devozione privata e altri oggetti d’arte. A qualche chilometro di distanza, in aperta campagna, qualcuno un giorno finanzierà la costruzione di un grande centro commerciale, riempiendolo di supermercati, negozi di abbigliamento, bar, erboristerie, pizzerie, sale multimediali e magari anche di mostre temporanee, curate da un giornalista che dichiara di essere uno storico dell’arte e di avere ritrovato un capolavoro inedito di Caravaggio.
Intorno al centro commerciale sorgeranno nuovi condomini. Ogni angolo del piccolo paese sarà tappezzato di pubblicità che inneggia ai prodotti del centro commerciale, alla qualità dei servizi, ai prezzi concorrenziali e alle superofferte. L’imprenditore che lo avrà fatto costruire si arricchirà ancora di più, diventando dapprima il presidente della locale squadra di calcio, e col tempo anche il sindaco del piccolo paese. Cosa succederà a questo punto? I cittadini avranno ancora la possibilità di scegliere liberamente? Il sindaco investirà risorse nella cultura e nella valorizzazione del museo? Provate a immaginare il finale della storia.
Lo stato democratico fallisce quando trasforma i cittadini in sudditi, quando cede alla schiavitù del denaro, quando piega la normativa allo sfruttamento e alla privatizzazione del patrimonio collettivo per realizzare utili che arricchiscono alcuni a scapito di altri, producendo disuguaglianza, povertà e miseria culturale. A questo punto dovremmo svegliarci e salutare il paese delle meraviglie, con buona pace della piccola Alice, l’unica vera protagonista della storia.

 

* Dipendente Mibact, Funzione Pubblica CGIL Beni Culturali Veneto

28 luglio 2017