Nel pomeriggio di luglio calcinato dal sole in cui mi sono trovato nel sito dell’ex Liquichimica di Saline Joniche, ho subito pensato che quel luogo, ed il suo destino, fossero la dimostrazione dell’eterogenesi dei fini di Wundt. Un principio – quello codificato da Wundt, ma già enunciato da Giambattista Vico- secondo il quale le azioni umane riescono a fini diversi da quelli che sono perseguiti dal soggetto che compie l’azione. Se avrete la pazienza di leggere ancora capirete perché, guardando alcuni ragazzi prendere il sole sulla spiaggia di Saline trafitta da relitti di ferro e cemento, ho capito che c’è ancora speranza per questa terra a causa proprio dell’eterogenesi dei fini.


I boia chi molla e l’esportazione della industrializzazione.
Correvano gli anni ’70 quando fu costruita, in uno dei luoghi più belli del Mediterraneo, la spaventevole metastasi di ferro e cemento della Liquichimica, a Saline Joniche. C’era stata, nel 1970, poco più a nord, a Reggio Calabria, la rivolta dei “Boia chi molla”, i fascisti guidati da Ciccio Franco che volevano che il capoluogo di Regione avesse sede in quella città. Per sedare quella sanguinosa rivolta, il Governo di centro-sinistra guidato dal democristiano Emilio Colombo stanziò, come “risarcimento” per la mancata designazione di Reggio a capoluogo regionale, il sostanzioso finanziamento di ben 1.660 miliardi di lire. Il “pacchetto Colombo” avrebbe dovuto, nelle intenzioni politiche, stimolare ed incentivare lo sviluppo industriale di una delle province più depresse d’Italia con la costruzione di alcune industrie, la più grande delle quali a Gioia Tauro. Uno degli impianti industriali finanziati, con 360 miliardi, fu proprio la “Liquichimica Biosintesi” che iniziò ad essere costruita, a Saline Joniche nel comune di Montebello Jonico, in un’area dove sorgeva una antica salina, ormai in disuso, che era diventata, con i suoi laghetti di acque salmastre, un luogo eletto, per la sosta, da molti uccelli migratori: folaghe, anatre, aironi cenerini, cavalieri d’Italia, e, persino, fenicotteri rosa. In totale l’area, sottratta alle coltivazioni di agrumi ed alla natura, si estendeva per quasi 70 ettari, una striscia lunga due chilometri di costa e larga circa 400 metri, fino alle prime pendici dell’Aspromonte.
La fabbrica, la cui costruzione iniziò nel 1972 e fu terminata nel 1974, avrebbe dovuto produrre bioproteine – cioè proteine ottenute da colture di microrganismi impiantate su derivati del petrolio- da utilizzare come mangimi, ma dopo soli due mesi di attività, i mangimi prodotti furono dichiarati cancerogeni dall’Istituto Superiore della Sanità, con la conseguente chiusura dell’impianto e la messa in cassa integrazione di tutti i dipendenti. La cassa integrazione più lunga della storia repubblicana: ben 23 anni. Volendo riassumere le vicende successive, si può dire che nel 1997, all’apice della furia liberalizzatrice e privatizzatrice dei governi di centrosinistra prodiani,  l’area fu messa all’asta ed acquistata dalla SIPI, un consorzio di privati locali che avviò un programma di recupero e rottamazione del ferro e l’acciaio dell’impianto, ma senza garantire, prima, e senza attuare, poi, una completa riqualificazione dell’area. Il 12 dicembre del 2003 una mareggiata causò il crollo per una lunghezza di 100 m nella parte centrale del molo costruito per la Liquichimica ed è, a tutt’oggi, insabbiato suggellandone il definitivo abbandono. Nel 2006 l’area, di proprietà della SIPI, era stata opzionata dalla Immobiliare Saline S.r.l. (Sei), società del gruppo industriale svizzero Repower che avrebbe voluto riconvertirla in una centrale a carbone, ma -nonostante il progetto avesse ottenuto la favorevole valutazione di compatibilità ambientale dalle autorità e dal Governo italiano, in ultimo il parere favorevole del Consiglio di Stato- la Repower stessa ha deciso, durante l’assemblea dei soci tenutasi a maggio 2016, di mettere la società Sei in liquidazione e di rescindere il contratto con la SIPI. Una decisione che fu adottata dalla società in conseguenza dell’esito di un referendum, tenutosi nel cantone dei Grigioni, attraverso il quale i cittadini svizzeri hanno deliberato che le società a partecipazione cantonale, cioè quelle statali, non possono investire nella costruzione di centrali a carbone. Dopo nove lunghi anni di lotta e dura resistenza di molti cittadini calabresi che si sono opposti alla costruzione della centrale a carbone, solo il referendum svizzero ha portato all’archiviazione del progetto della Sei.

L’eterogenesi dei fini e la cura del paesaggio.
A questo punto della storia si manifesta, in tutto il suo splendore, l’eterogenesi dei fini: una porzione di paesaggio fra i più belli del Mediterraneo, pur deturpata e sconciata da incongrui ed enormi scheletri di ferro e da migliaia di metri cubi di cemento, può essere restaurata e restituita all’antico, primigenio splendore a differenza del resto della costa jonica e tirrenica limitrofa, cementificata da una irreversibile speculazione edilizia.
Nelle scorse settimane, il curatore del fallimento della SIPI -la società privata che acquistò dallo Stato i terreni del 1997 e che è ancora proprietaria dei terreni dell’ex Liquichimica di Saline- ha scritto ai comuni di Montebello Jonico, Bagaladi, Calanna, Condofuri, Porto Salvo, Motta San Giovanni, Reggio Calabria, San Lorenzo, alla Città Metropolitana (ex Provincia), alla Regione Calabria ed alle Associazioni che si sono opposte alla creazione della centrale a carbone lettera invitandoli a presentare una manifestazione di interesse, anche in forma consorziata, per l’acquisto dei terreni di cui la SIPI è proprietaria, tenuto conto anche della presenza, all’interno dell’area, dell’“Oasi Naturale del Pantano di Saline Joniche”, inserita dall’Unione europea tra i Siti di Interesse Comunitario.
Una straordinaria occasione si presenta, dunque, per riappropriarsi, sotto forma di bene pubblico, di un paesaggio che fu devastato quasi 50 anni or sono e che può essere, ora, restaurato, riparato e riportato alla sua vocazione naturale ed agricola. Come diceva Wundt, queste sono “le conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”. I soggetti politici ed istituzionali –Regione, Città Metropolitana, Comuni e Associazioni di Comuni, Associazioni di cittadini- hanno ora la non comune opportunità di dimostrare di voler cambiare il corso delle cose in questa terra consorziandosi e facendo una proposta economica e politica di ri-acquisto da parte delle pubbliche Istituzioni di questa significativa porzione del proprio paesaggio.

Il restauro dei paesaggi naturali e storici della Calabria
Potrebbe e dovrebbe nascere un Consorzio pubblico che progetti il risanamento, il restauro ed il ripristino dello stato dei luoghi dell’ex salina che potrebbe avvenire -magari riveduto e ridiscusso dai cittadini del territorio- secondo il sorprendente ed accurato progetto “Parco Naturale e Antropico di Saline Joniche” degli architetti Pierro e Scarpinato di “Autonome Forme”, vincitore, nel 2014, del Premio più importante al mondo di progettazione ecosostenibile, il “Lafarge Holcim Awards”.
Un Consorzio pubblico che progetti e restauri capillarmente non solo l’ex salina, ma tutto il paesaggio dell’Area grecanica, molto ricca di importantissimi siti archeologici (per esempio quello di Bova) di bellissimi paesi abbandonati (come Pentedattilo), di incantevoli monumenti (per esempio il Castello di Santo Aniceto), di meravigliose bellezze naturali (come la valle dell’Amendolea). l’Area grecanica prende il suo nome dall’uso corrente della lingua greca, d’origine più probabilmente bizantina che magnogreca, in alcune sue “enclaves “ territoriali, la più nota delle quali è nella frazione più interna del Comune di Condofuri, Gallicianò. Un Consorzio pubblico che, prendendo esempio dal progetto del Comune di Condofuri, restauri e riporti alla ri-naturalizzazione di quelle porzioni di macchia mediterranea che ancora resistono lungo tutto quel tratto di costa e che risalgono, stentatamente, su per le valli delle fiumare. Un bellissimo progetto, quello del Comune di Condofuri, che prevede la costruzione non di un lungomare di cemento, ma di una strada non bitumata, di terra battuta consolidata con un additivo ecologico. Un progetto che intende ricreare, per mezzo di accorgimenti tecnici ormai consolidati, le antiche dune litoranee, che prevede la ri-piantumazione di essenze arboree tipiche della macchia mediterranea supportate da un sistema di irrigazione e, persino, una illuminazione notturna che non disturbi gli uccelli e le tartarughe appena nate sulla spiaggia. Un tipo di progetto che potrebbe essere adottato, riadattato ed ampliato da tutti i Comuni limitrofi e dell’Area grecanica al fine di risanare, risarcire e restaurare quel che rimane di un paesaggio, per molta parte, devastato e stravolto da una brutale ed improduttiva speculazione edilizia.
Da una quindicina di anni, ormai, scrivo che l’unica strada per lo sviluppo di questa regione è il restauro capillare e la ricomposizione dei nostri paesaggi storici ed agrari per mezzo di un progetto politico-culturale che abbia come obiettivo centrale il “Restauro dei paesaggi storici e naturali calabresi”. Un grandissimo e capillare piano di risanamento e di restauro del territorio, dei boschi, dei fiumi e delle coste che impegni, da subito, alcune centinaia di giovani nel piantare alberi, rifare gli argini dei torrenti, demolire le metastasi cementizie, allestire laghetti e stagni, prevenire e spegnere gli incendi, ripulire le spiagge, coltivare i terreni abbandonati, riportare alla luce e restaurare i siti archeologici ed i monumenti, ristrutturare le case ed i paesi abbandonati riportandoli alla vita.
Un progetto che restituisca i paesaggi al loro antico stato, perché i luoghi rappresentano la sola dimensione capace di permanere, perché essi cambiano, di solito, più lentamente degli uomini che li hanno abitati o li abitano. La stabilità dei luoghi e dei paesaggi, in altre parole, garantisce alle società un senso di perpetuità in grado di conservare l’identità degli individui e delle comunità nelle quali essi agiscono, vivono e progettano il futuro. In Calabria, ma non solo qui, i luoghi, i paesaggi sono stati stravolti, cancellati e con la loro scomparsa è stato scardinato un nesso psicologico, fondamentale, di identità. I paesaggi calabresi sono, ormai, paesaggi senza alcuna armonia, paesaggi senza memoria. Paesaggi nei quali la natura è stata, quasi dappertutto, brutalmente violentata e cancellata dalla mano dell’uomo che è stato capace di sostituirle solo un angoloso ed irto groviglio di asfalto, di ferro e di cemento. Molte campagne calabresi hanno assunto l’aspetto precario, sporco e disperato delle periferie metropolitane in cui si avverte, forte, la sensazione di spossessamento e di estraneità rispetto ad un paesaggio rurale che sembra sempre sul punto di potersi dispiegare, in tutta la sua trionfante pienezza, dietro l’angolo, ma che viene inevitabilmente sconfitto da un’altra sparsa moltitudine di case non-finite disseminate per i campi mal coltivati. Uno “sprawl” semi-urbano, una sorta di città diffusa, che cresce su se stesso e che inghiotte, come una colata lavica, l’antica campagna. Bisogna mettere fine a questa scomparsa quotidiana di suolo essendo consapevoli che il paesaggio è una costruzione sociale e storica complessa che va salvaguardata e restaurata una volta che è stata compromessa, perché la forma del paesaggio e delle città è intrinseca all’idea stessa di cittadinanza e di democrazia (Settis). Non si può vivere in luoghi, in paesaggi brutti ed ostili alla propria identità individuale e collettiva e sentirsi pienamente cittadini, cittadini che possono, a pieno titolo, reclamare giustizia sociale.
Questo dell’Area grecanica potrebbe essere il punto di partenza, il centro propulsivo di un più complessivo progetto di risanamento dei paesaggi calabresi. Bisogna fare presto, però, perché la richiesta di offerta avanzata dal curatore fallimentare per l’area dell’ex Liquichimica, che costituirebbe il centro propulsivo di questa azione risanatrice dei paesaggi, scade il 30 settembre prossimo. La Regione Calabria, la Città Metropolitana di Reggio Calabria e l’Area grecanica, riuniti in un Consorzio, non possono lasciarsi sfuggire l’imperdibile occasione di dare vita alla prima operazione concretamente fattibile di un più vasto ed irrimandabile piano strutturale di “Restauro dei paesaggi naturali e storici calabresi”. Un progetto nel quale la “redditività” del nostro patrimonio naturale e storico non risieda esclusivamente nella sua commercializzazione e nel turismo che esso produce, ma in quel profondo senso di appartenenza, di identificazione, di cittadinanza che provocherebbe la ricomposizione materiale ed immateriale dei nostri luoghi e dei nostri paesaggi iniziando proprio da quelli dell’Area grecanica.
Il restauro e la valorizzazione del paesaggio e del patrimonio culturale dell’Area Grecanica forniscono, a mio parere, una imperdibile occasione per iniziare a riaffermare che è la Politica che deve guidare il mondo, il mercato, l’economia e non, come hanno cercato di farci credere finora, il contrario.

Il Quotidiano del Sud, 20 luglio 2017