Sono alcuni decenni, ormai, che scrivo di lettura, biblioteche e libri, e vivo fra i libri fin da quando ero bambino. All’interno dell’ambasciata argentina (mio padre era nel corpo diplomatico) succedeva molto poco, almeno rispetto alle favolose avventure dei miei personaggi letterari preferiti. Da quando ho imparato a leggere, la complicata esperienza del mondo si presenta a me innanzitutto attraverso le parole, così, quando successivamente mi imbatto nella realtà, ho delle storie con cui definirla. Tutto quello che mi è successo è successo prima in un libro. In ogni

luogo in cui ho vissuto (e ho vissuto in tanti luoghi) ho allestito una biblioteca, ma, nonostante questa successione di biblioteche non sono mai stato un bibliotecario. Le mie biblioteche erano prive di cataloghi, le sezioni erano stravaganti, l’ordine casuale, in parte alfabetico e in parte dovuto a ragioni oscure che spesso dimenticavo. Eppure sapevo sempre come trovare un libro, perché ero l’unico utente.

Poi, nel novembre del 2015, tutto è cambiato. Ho ricevuto un messaggio dal nuovo ministro della cultura argentino, che  mi ha offerto  il ruolo di direttore della Biblioteca nazionale. Avevo lasciato l’Argentina del 1979;  all’epoca avevo ventidue anni ed ero ansioso di viaggiare. Ero tornato qualche volta, senza viverci, però. Di recente, io e il mio compagno ci eravamo stabiliti a New York, dove insegnavo  e adesso mi chiedevano di lasciare tutto e tornare a Buenos Aires, dopo quasi quarant’anni di assenza.

La città ormai era un’altra, e trovavo difficile guardare le strade e le case di oggi  senza ricordare i fantasmi di quello che c’era stato prima, o di quello che immaginavo ci fosse stato prima. Buenos Aires sembrava ora uno di quei luoghi visti nei sogni, di cui credi di conoscere la geografia, ma che continua a cambiare o allontanarsi man mano che cerchi di attraversarlo. La Biblioteca nazionale che avevo conosciuto durante la mia adolescenza era diversa. Si trovava nel quartiere coloniale di Boedo, in calle México, un elegante palazzo ottocentesco costruito per ospitare  la lotteria di Stato, ma quasi immediatamente convertito in biblioteca. Borges aveva lì il suo ufficio quando era stato nominato direttore della biblioteca, nel 1995, quando , diceva, “l’ironia di Dio” gli aveva dato in un colpo solo “i libri e la notte”. Borges è stato il quarto direttore cieco della Biblioteca, una maledizione a cui intendo sfuggire. Era in questo edificio che mi recavo negli anni ’60 per incontrare Borges dopo la scuola, e per riaccompagnarlo a casa, dove gli leggevo storie di Kipling, di Henry James e di Stevenson. Dopo essere diventato cieco, Borges aveva deciso di non scrivere più nient’altro che versi, che poteva comporre nella sua testa e poi dettare. Ma una decina di anni dopo tornò sulla sua decisione e decise di di cimentarsi di nuovo con qualche racconto nuovo. Prima di iniziare, voleva studiare come i suoi grandi maestri avevano scritto i loro. E così ha finito per scrivere due delle sue migliori raccolte: Il manoscritto di Brodie e il Libro di sabbia.

La biblioteca che ho scoperto mezzo secolo dopo ora è ospitata in una torre gigantesca progettata nello stile brutalista degli anni ’60. Borges, passando le sue mani sul modellino dell’architetto, lo liquidò come  “un’orrenda macchina da cucire”. L’edifico dovrebbe rappresentare un libro posato su un enorme tavolo di cemento, ma la gente lo chiama l’Ufo, un corpo alieno atterrato fra graziosi giardini.

Fino al 2000, la biblioteca ospitava trecento dipendenti; la precedente amministrazione ne aveva aggiunti altri settecento, di cui circa duecento nominati nelle ultime settimane del mandato. Solo una piccola percentuale erano bibliotecari: il resto del personale era impiegato in compiti non meglio definiti. Il governo appena eletto aveva dichiarato l’intenzione di “razionalizzare” le istituzioni statali (la Biblioteca nazionale è una di queste) e uno de primi atti era basato tagliare il numero di dipendenti, tra cui molti bibliotecari professionisti senza i quali la biblioteca non sarebbe stata in grado di funzionare, e che io ho immediatamente reintegrato. Attualmente ci sono circa novecento persone che lavorano nella biblioteca.

La precedente amministrazione aveva concentrato i suoi sforzi su eventi culturali politici e popolari, trascurando gli aspetti tecnici della biblioteca come la catalogazione e la digitalizzazione, tanto che quanto sono entrato in carica non ero in grado di dire con accuratezza quanti fossero i libri conservati negli scaffali. “Fra i tre e cinque milioni di documenti”, era la stima più attendibile che si poteva fare.

La mia priorità è stata riorganizzare le varie sezioni per rendere più efficiente e coerente il lavoro ad esempio mettendo a capo del reparto stampa e comunicazione una persona anziché due, raggruppando le diverse aree delle acquisizioni, ristrutturando il programma culturale e il dipartimento di ricerca, dando a un settore come gli archivi lo spazio necessario. Soprattutto, sto insistendo per introdurre un programma di lavoro che garantisca l’aggiornamento  del catalogo, e un elenco di  priorità per il reparto di digitalizzazione che ci consenta di accettare commissioni dalle biblioteche provinciali, visto che dovremmo fornire servizi biblio-tecnici a tutto il Paese.

La Biblioteca nazionale dovrebbe essere, naturalmente, la biblioteca di tutti gli argentini, ma finora ha servito principalmente gli abitanti di Buenos Aires. Poco dopo il io arrivo ho iniziato a viaggiare in tutto il Paese per conoscere i bibliotecari provinciali e scoprire quali sono le loro necessità, stringere accordi per facilitare progetti comuni in un futuro prossimo.

Borges immaginava ogni biblioteca sub specie aeternitatis come universale. In quest’ottica, sto cercando di firmare accordi con varie biblioteche nazionali e universitarie di tutto il mondo, tra cui la British Library e le biblioteche universitarie di Cambridge. Confido che ci riusciremo e che questi accordi ci porteranno a organizzare mostre e seminari  congiunti scambiarci bibliotecari e ricercatori e condividere le collezioni digitali.

Durante l’adolescenza ho  cercato di scrivere, senza dubbio sotto l’influenza di Borges alcune storie fantastiche, ora fortunatamente andate perdute. Mi ricordo che una di queste parava di un insopportabile saputello a cui il diavolo, in cambio di non ricordo più cosa, affidava la supervisione del mondo. Improvvisamente, questo idiota si rende conto che si deve occupare di tutto contemporaneamente: dal sorgere del sole a ogni pagina di libro che viene volta, ogni foglia che cade, ogni goccia di sangue che scorre in ogni vena, e si sente schiacciato dalla inconcepibile immensità del compito.

Sin dai mie primi libri ho provato il desiderio di mettere in pratica le mie idee sulla lettura e sulle biblioteche. Ora il mio desiderio  è stato esaudito fin troppo. Nella vita non ho mai fatto nulla di così impegnativo e travolgente come dirigere la Biblioteca nazionale. Sono diventato, da un giorno all’altro, ragioniere,  tecnico, avvocato, architetto, elettricista, psicologo, diplomatico, sociologo, esperto di politica sindacale, programmatore culturale e, naturalmente, bibliotecario. Eppure sono fiducioso, tempo e politica argentina permettendo, di mettere in moto una serie di cose che ci permetteranno di avere, in un futuro non troppo lontano, una biblioteca nazionale di cui andare orgogliosi.

Traduzione di Fabio Galimberti

Repubblica, 22 luglio 2017