La recente notizia che alcune opere di difesa militare realizzate da Venezia, tra il XVI e XVII secolo a Bergamo e Palmanova, in provincia di Udine, oltre che in Croazia (Zara e Sebenico) e in Montenegro (Cattaro), siano state inserite dall’Unesco nella lista del patrimonio dell’Umanità, si presta a varie considerazioni. Intanto, una volta tanto, appare giustificato un po’ di compiacimento nazionale. Compiacimento, per il nostro passato storico, ovviamente, non certo

per la cura con cui i nostri contemporanei preservano l’immenso e impareggiabile patrimonio artistico del nostro Paese.

Venezia merita ampiamente questo riconoscimento, anche se assegnato a opere fuori dalla Laguna. Val la pena di ricordare che la Serenissima realizzò nel XVIII secolo un’opera formidabile di difesa, non militare, ma contro le mareggiate, i cosiddetti Murazzi. Un’imponente diga in pietra d’Istria di diversi chilometri, che ancora resiste alle tempeste dell’Adriatico, nonostante le rovine del tempo e dell’incuria e la cementificazione degli anni recenti.

Ma si dovrebbe premiare Venezia anche per un’opera suprema di difesa: quella della salvezza della Laguna dal processo di interramento cui la condannavano i fiumi che vi sfociavano. Senza quest’opera gigantesca della Repubblica, durata diversi secoli (fatta dallo scavo quotidiano del fango dei rii, della deviazione di grandi fiumi dalla loro foce naturale, di una lungimirante politica di tutela) noi oggi non avremmo avuto il gioiello urbano che ancora possiamo ammirare.

Ma poco prima del riconoscimento di tali opere, l’Unesco aveva assegnato un posto nel patrimonio dell’Umanità anche alle antiche faggete del nostro Paese, da quelle del centro Italia, scendendo al Parco Nazionale d’Abruzzo, agli antichi boschi della Foresta Umbra, in Puglia, e poi in Calabria.

Questo premio fa subito scattare di riflesso un po’ di ingenue rivendicazioni, del tipo: le antiche faggete sì, e perché no la Sila? Forse la più vasta foresta di conifere del bacino del Mediterraneo, un frammento di Nord Europa a due passi dall’Africa, ricca di esemplari pluricentenari, una specie di miracolo ecologico che resiste al tempo in gran parte incontaminato.

Ma le rivendicazioni si spengono subito, non solo per ragioni di stile, di fronte al dono appena ricevuto. Soprattutto perché si fa strada subito il pensiero: ma quanto facciamo noi italiani, uomini di cultura, docenti, insegnanti, esponenti politici per promuovere la conoscenza e l’amore per il nostro patrimonio artistico e naturale? Faggete? Che cosa sono le faggete? Ma vi immaginate quale imbarazzato stupore si disegnerebbe sul volto della maggioranza degli italiani, se un intervistatore solerte andasse in giro a porre la domanda: che cos’ è una faggeta?

E tuttavia nessuno si deve stupire dell’imbarazzo e dell’ignoranza. Perché questi sono esiti perseguiti da decenni dal più rozzo e ignorante ceto politico della nostra storia recente.

Perché le persone comuni, a meno che non siano botanici o agronomi, dovrebbero sapere che cosa sono le faggete? La geografia è stata bandita dalla nostra scuola, le nostre scienze naturali sono insegnate su poche paginette dei manuali, i nostri ragazzi non vedono mai un albero, un bosco, una campagna, un paesaggio agrario, con l’aiuto di un insegnante capace di spiegarne storia, morfologia, ragioni ambientali.

Si parla mai di tali temi, in Italia, quando si mettono in atto le varie riforme della scuola? E naturalmente non meno perseguita è l’ignoranza artistica dei nostri ragazzi, che in gran parte escono dalla scuola secondaria senza alcuna notizia di storia dell’arte, delle vicende di bellezza e di civiltà che contrassegnano il nostro millenario passato. Il Paese dotato del più ricco patrimonio artistico del Pianeta, alleva generazioni incapaci di riconoscere e apprezzare un eredità sontuosa. Viene il sospetto, troppo sontuosa e ingombrante per stare dentro gli schemi rozzi dell’economicismo e dello sviluppismo dominanti: la solo cultura che orienta un ceto politico senza visione e senza memoria.

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