Storico dell’arte, professore all’Università “Federico II” di Napoli e autore, tra gli altri, del libro Cassandra muta, in cui denuncia il tradimento degli intellettuali, e cioè il silenzio della critica sullo stato “di ciò che nel nostro Paese si confonde con cultura”.

Come si tradisce la cultura?

C’è una grande confusione, pare non ci sia più alcuna differenza tra cultura e mercato. La cultura ci rende cittadini, ci permette di conoscere la realtà. Il mercato, al contrario, ci rende prigionieri.

Lei distingue tra visitatori e “spettatori paganti”

Il cittadino è in grado di scegliere, lo spettatore pagante è guidato dal marketing che gli indica cosa volere. Come diceva Stefano Rodotà: “Il mondo è irriducibile a mercato”.

Secondo lei è onesto chiedere un biglietto anche di 12 euro per un Caravaggio virtuale?

Mi viene da fare una battutaccia: tra le opere e le videoproiezioni c’è la stessa distanza che esiste tra sesso reale e sesso virtuale.

 

I musei italiani sono a corto di opere da esporre?

Questo è il paradosso. Le mostre virtuali ci chiudono in uno scatolone, in un non luogo che uccide la biodiversità artistica italiana, in cui ogni provincia ha la sua peculiarità. Gli italiani hanno tutto il diritto di conoscere anche i Giovanni Battista Foggini o Giusto de Menabuoi. Invece è come se mangiassimo tutti hamburger guardando l’ennesimo Klimt finto, in cui è tutto fantasy. Quando inizio i miei corsi a Napoli, chiedo agli studenti se hanno visto un’opera di Donatello. In molti mi rispondono di averne viste in giro per l’Italia e anche nel mondo, quando accanto all’aula dove insegno c’è un a tomba con rilievo di Donatello visibile gratuitamente. È una forma di negazione del reale, un’evasione, ma in senso negativo.

Costa di più allestire una mostra di Caravaggio o proiettare i suoi quadri?

Forse allestire l’esposizione con i quadri, anche solo per l’assicurazione. Ma il punto è chi ci guadagna e come. Molte di queste mostre vivono anche con la complicità dei giornali che ne parlano.

Nel caso di quella di Klimt è il Sole24 Ore ad organizzarla …

Ecco, questo è un delitto perfetto: coincidono allestimento, pubblicità e magari recensione…

Nel suo libro scrive anche di “messa a reddito selvaggia dei musei, sottoposizione al controllo della politica… trasformazione in un luna park per ricchi”…

Non credo vadano misurati i risultati dei musei. Non è solo una questione di numeri. Ma di capacità di accoglienza. Il museo ha un senso se quando esci e ne sai più di quando sei entrato. Al Museo dell’Acropoli di Atene c’è una sedia con un archeologo con cui parlare. In Italia durante le domeniche gratuite, la folla entra come al concerto di Fedez e ne esce in mandria. Questo meccanismo serve solo a far aumentare le statistiche, soprattutto quelle dei grandi musei.

Cosa propone allora?

Una campagna di assunzione. Sa che alla Galleria Borghese di Roma c’è solo uno storico dell’arte? E poi puntare sulla qualità, sul contatto vitale con chi studia. Il museo ora è visto solo come un deposito, non un luogo di riferimento per la comunità. Gli italiani ci vanno una volta nella vita, come per le vaccinazioni, al massimo fanno il richiamo. Bisogna rendere gratuito l’ingresso. I musei oggi guadagnano 50 milioni l’anno e la metà se ne va per i concessionari.

FQ  10 luglio 2017