Il consumo del suolo, in Italia ed in Calabria rallenta, ma non accenna a fermarsi. Il rallentamento, dovuto solo alla crisi economica ed edilizia di questi ultimi anni, non è sufficiente, ma, al contrario, mostra quanto siano necessari ed urgenti strumenti efficaci per fermare l’incessante consumo di suolo italiano. I dati della nuova cartografia della “Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente”(SNPA) mostrano come, in Italia, il consumo di suolo

sia passato dal 2,7%, stimato per gli anni ’50, al 7,6% del 2016, con un incremento di 4,9 punti percentuali e una crescita percentuale totale del 184%. In termini assoluti, il consumo di suolo ha intaccato ormai 23.039 chilometri quadrati del nostro suolo italiano.
I dati, forniti nel giugno 2017, dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) mostrano come la criticità del consumo di suolo si concentri nelle zone periurbane e urbane a bassa densità. Aree nelle quali si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali. Tanto per fare un esempio calabrese si pensi alla conurbazione Cosenza-Rende-Castrolibero-Montalto Uffugo all’interno della quale si continua a costruire negli spazi vuoti, nelle periferie dei rispettivi comuni anche quelle più lontane dal centro come Settimo e Taverna di Montalto. Un altro punto critico è costituito dalle aree dell’intorno del sistema infrastrutturale, soprattutto il sistema viario, più frammentate e oggetto di interventi di artificializzazione. Per fare un altro esempio calabrese si pensi al consumo di suolo a Reggio Calabria per le infrastrutture per il Ponte e quelle per l’Aeroporto e la Tangenziale che, con 49 incidenti e 80 feriti all’anno, è seconda solo al Grande Raccordo Anulare di Roma per pericolosità: 8,75 incidenti annui al km. (fonte ANAS 2015)-
I dati ISPRA 2017 confermano l’avanzare di fenomeni quali la diffusione, la dispersione, la decentralizzazione urbana da un lato e la “densificazione” di aree urbane dall’altro, accompagnati dall’abbandono delle terre non pianeggianti e marginali e alla frammentazione delle aree naturali. Il consumo di suolo in Italia continua, quindi, a crescere, pur con un rallentamento negli ultimi anni che viene confermato dai dati più recenti relativi ai primi mesi del 2016. Nel periodo compreso tra novembre 2015 e maggio 2016 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 50 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, poco meno di 30 ettari al giorno. Una velocità di trasformazione di più di 3 metri quadrati di suolo irreversibilmente persi ogni secondo. Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo degli anni 2000, il rallentamento iniziato nel periodo di crisi 2008-2013 (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo) si è consolidato, quindi, negli ultimi anni: 4 metri quadrati al secondo tra il 2013 e il 2015 e 3 metri quadrati al secondo nei primi mesi del 2016. Pur con una velocità ridotta, tuttavia, il consumo di suolo continua ad inghiottire aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, ma, soprattutto, l’espansione di aree urbane a bassa densità, lo “urban sprawl”, l’espansione incontrollata delle periferie. In Italia, ormai, fra il 25 ed il 50% della popolazione abita nell’”urban sprawl”, la nuova forma dominante del paesaggio italiano, una disseminazione metastatica di cemento.
I dati dell’ISPRA 2017 sull’intero territorio italiano riportano una stima del suolo consumato pari al 5,14%, con un incremento percentuale rispetto al 2015 di circa lo 0,22%, mentre per la Calabria le percentuali sono del 5,11 e cioè leggermente inferiori (lo 0,19%) alla media nazionale, ma che comportano, comunque, altri 1,4 chilometri quadrati di nuove coperture artificiali tra il 2015 e il 2016. Entrando più nel dettaglio, nel 2016 troviamo valori compresi tra il 5 e il 6% di suolo consumato in tutte le provincie calabresi. Le percentuali più elevate di consumo del suolo, addirittura maggiori del 15%, appartengono ad alcuni Comuni capoluogo (Cosenza, Catanzaro e Vibo Valentia), ma anche ad alcuni Comuni Costieri insieme ad altri Comuni che non sono capoluogo (Amantea, Diamante, Scalea, Rende, Soverato, Lamezia Terme, Gioia Tauro, Locri, Pizzo, Tropea, etc.), i valori sono ben sopra la media regionale e nazionale.
La Calabria, per una volta, non è in cima ad una delle classifiche più negative, ma non possiamo, più di tanto, menarne vanto perché questo rallentamento della cementificazione non è dovuto a maggiori controlli o a felici scelte di politiche paesaggistiche, ma è attribuibile soprattutto alla crisi e, più specificamente, alla crisi delle costruzioni. Una crisi edilizia determinata, forse, dalla consapevolezza che -con i suoi 56,8 km di infrastrutture portuali e stradali, i 205,5 km di centri abitati e i 261 km di urbanizzazione poco densa- la Calabria è la regione con le coste più cementificate d’Italia tanto che restano liberi dal cemento solo 119 km di suoli agricoli e 156 km di natura inalterata. O, forse, perché la Calabria possiede 1.243.643 alloggi, di cui 482.736 vuoti per meno di 2 milioni di abitanti, il 38,8% di case vuote (ISTAT 2015). Nell’area urbana cosentina, come scritto sopra, nonostante la crisi il cemento non si ferma, ma aumenta più del 15% nonostante che, secondo le statistiche, i vani vuoti siano ben 165.398, più di uno a residente. Mentre a Reggio Calabria le stanze vuote sono “solo” 40.000 in più dei residenti (ISTAT ottobre 2014). Senza (poter) contare (letteralmente) le case non accatastate che, secondo una indagine condotta nel 2013 dall’Agenzia delle Entrate, in Calabria, quelle totalmente sconosciute al fisco e al catasto, sono 143.875. La provincia più colpita da questo fenomeno è quella di Cosenza con 43.395 unità immobiliari non dichiarate delle quali poco più di 23mila sono state, a seguito dell’indagine, regolarizzate.
Quel che è certo è che gli strumenti urbanistici e paesaggistici -varati dalla Regione, come il rimasticato, inadeguato e superato “Quadro territoriale regionale a valenza paesaggistica” (QTRP), e dai Comuni, per esempio il mirabolante, e improbabile, “Piano strutturale comunale” (PSC) di Cosenza del quale aspettiamo la pubblicazione integrale- non hanno fermato e non sono in grado di fermare il violento consumo del suolo calabrese.
Il paesaggio, il suolo agricolo, ma anche quello naturale incolto, non devono più essere considerati come una riserva passiva che, prima o poi, troverà un uso produttivo che – in Calabria, ma non solo- è quello di rendere il suolo, in un modo o nell’altro, edificatorio. In Italia, ed in Calabria in particolare, si è creato, nei decenni, un sistema di deresponsabilizzazione dell’intervento urbanistico e paesaggistico, moltiplicando e segmentando le competenze, le professionalità, le procedure e le regole fino al punto che sembra che nessuno ne sia davvero responsabile. Nel frattempo lo “sprawl”, la semi-urbanizzazione ha inghiottito pianure, colline e valli ed ha estinto, per sempre, gli antichi campi rendendo, in tal modo, indistinguibili i nostri paesaggi cancellandone le differenze e la memoria storica in nome di un modello unico di sviluppo.
La sconsolante devastazione dei paesaggi di questa terra -che ancora troppi, anche in buona fede, non vogliono vedere- impone, alle coscienze dei calabresi e delle loro classi dirigenti, che si fermi questa metastatizzazione cementizia cambiando radicalmente il modo di governare l’uso ed il consumo del suolo e, nello stesso tempo, obbliga tutti noi a progettare e realizzare un accurato e capillare restauro dei paesaggi rurali ed urbani di questa Regione.

Il Quotidiano del Sud, 7 luglio 2017