ROMA – Allarme bavaglio alla Soprintendenza speciale Archeologia, Belle arti e Paesaggio (SSABAP) di Roma. L’incredibile circolare che da oltre un anno ha riportato indietro l’orologio della storia ai tempi della dittatura e delle veline fasciste, impedendo a ogni dipendente di comunicare con gli organi di stampa senza passare dal vaglio di un super capo, sta mietendo una serie di vittime attraverso i procedimenti disciplinari adottati contro i “ribelli”.
Quando l’assurdo provvedimento fu adottato, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana intervenne immediatamente, protestando ed evidenziando i rischi ai quali sarebbero andati incontro i dipendenti: le “punizioni” sono diventate, come previsto,un mezzo per piegare le resistenze di chi crede nella trasparenza dell’informazione e nel diritto dei cittadini di avere il più ampio accesso alle procedure amministrative.
E, negli ultimi mesi, la realtà che si paventava sta prendendo sempre più corpo. Il dirigente, l’architetto Francesco Prosperetti, continua, infatti, a rilasciare interviste e dichiarazioni contro i

suoi stessi dipendenti o colleghi senza che questi possano replicare in alcun modo, pena lo scatto immediato del procedimento disciplinare ai loro danni.
Tra l’altro, la famigerata circolare n. 2208 del 1° febbraio 2016 non solo impone che le “comunicazioni agli organi di informazione… relative ad attività istituzionali dovranno essere preventivamente sottoposte al Dirigente, per il tramite dell’addetto stampa dr. Luca Del Frà”, – un consulente esterno, un libero professionista che non rientra, quindi, nell’organigramma del ministero, col quale paradossalmente condivide informazioni soggette a riservatezza, in barba all’art. 3, comma 3, del Decreto Ministeriale del 23 dicembre 2015, meglio conosciuto come “Codice di comportamento” dei dipendenti del Mibact – ma richiama, con un’interpretazione a dir poco restrittiva, l’articolo 3 comma 8 dello stesso Codice. Tale testo, infatti, nell’escludere le dichiarazioni pubbliche dei dipendenti “orali e scritte che siano lesive dell’immagine e del prestigio dell’Amministrazione” e nell’obbligare a informare delle comunicazioni con i media il dirigente dell’ufficio, precisa a chiare lettere che è solo “fatto salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini”. Un diritto che oggi è stato, di fatto, sospeso.
Nessuno può comunicare da troppo tempo con alcun organo d’informazione o rilasciare pubbliche dichiarazioni. E questo non accade soltanto ai funzionari della SSABAP, molti dei quali esposti a continui attacchi pubblici da parte di quegli stessi vertici che li vincolano al silenzio, ma anche agli stessi soprintendenti che non si conformano all’opinione dettata dal ministro o dai suoi più stretti collaboratori.
Sarebbe il caso, secondo voci insistenti che ho raccolto personalmente nei corridoi del Collegio Romano, di una coraggiosa soprintendente messa sotto procedimento disciplinare solo per aver risposto a mezzo stampa agli attacchi inflitti a lei e al suo staff da un collega a proposito di una questione estremamente delicata, oggetto di straordinaria attenzione mediatica. Ne ometto il nome solo per evitare nuovi strali ai suoi danni.
È quanto meno singolare che un governo nato con l’intento di cambiare le cose permetta di azzerare le voci di dissenso o gli scambi di opinione, segno non solo di maturità e libertà civile, ma anche garanzia di ottimo amministrativo. E ancora più disdicevole è che non si permetta a un dipendente di poter tutelare la propria reputazione professionale quando si senta offeso da dichiarazioni che lo riguardano: le comunicazioni con la stampa in una democrazia non possono essere direttamente proporzionali alla gerarchia degli incarichi: questo accade solo nelle nomenklature dittatoriali.

Curioso, infine, che il dicastero più imbavagliato sia proprio quello di Dario Franceschini, un ministro dichiaratamente “riformista”. Ma, d’altra parte, sulla bontà e sulla liceità delle sue riforme si è pronunciato di recente il Tar rimandando a casa gli esperti stranieri che erano stati assunti senza alcun rispetto della legge.
Sarebbe il caso che qualcuno si occupasse di far intervenire la magistratura competente, ma anche le commissioni parlamentari, sulla liceità di quest’obbligo al silenzio, che sta mettendo in grave difficoltà molti dipendenti della soprintendenza, privando al contempo gli italiani del diritto sacrosanto di conoscere un’opinione diversa da quella “di regime”. Tutti sanno come e quanto m’indigni l’omertà di fronte alle censure apportate alla libera informazione. I cinghiali, a quanto pare, razzolano sempre più nei corridoi del potere: è ora di dire basta! (giornalistitalia.it)

 

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