Ha chiuso il ristorante nel sito archeologico sull’Appia Antica: il ministero poteva acquistarlo. «Non ci sono soldi»

Sfrecciano chiassose le macchine davanti al grande cancello grigio: via Appia Antica, civico 87, di fronte alle Catacombe di San Callisto. Ecco la grande archeologia romana: il Colombario dei Liberti di Augusto, tre ambienti da tempo senza tetto che raccolsero le olle con le urne cinerarie di centinaia di famigli del primo imperatore. Scoperto a inizio Settecento, studiato da Piranesi e

Canina, il sito fu presto adibito a osteria campestre finendo tali funzioni solo pochi mesi fa quando l’ultimo oste, dopo una trentina d’anni, ha finalmente liberato l’archeocimitero dalla coda alla vaccinara trasferendosi però di fronte al sepolcro di Cecilia Metella.

Il fascino della Roma antica faceva dimenticare ai clienti l’aspetto macabro del posto, dove erano sistemati tavolini e ombrelloni con relativa mostra di porchetta, cicoria e dolci. Rita Paris, neo-direttrice del Parco dell’Appia Antica, immagina il futuro del luogo: «Finalmente ora potrebbe essere risanato, con restauro e nuove funzioni. Ma potrebbe ancora essere avvolto nelle fettuccine: i permessi ci sono. Vedremo». La proprietà del Colombario (140 mq) e degli ambienti coperti dell’ex ristorante (70 mq) era divisa: metà a un ingegnere che abita da quarant’anni nell’attiguo casolare, metà alla zia.

La famiglia possiede il fondo dai tempi del Pinelli, primi Ottocento. Pio Pellegrini ha voluto comprare un mese fa da Adriana Ciampelletti la sua quota (105 mq) per 240 mila euro nell’intento di «valorizzare il Colombario con un restauro per promuovere eventi culturali». L’ex ristorante, con nuova destinazione d’uso, potrebbe diventare la casa della figlia. Il destino del sito archeologico non sarebbe peggiore di prima. Forse i progetti dell’ingegnere ne migliorerebbero addirittura le condizioni. Rita Paris aveva tentato una contro-mossa invitando il ministero dei Beni culturali ad esercitare entro il 7 luglio la prelazione sulla vendita a Pellegrini della quota Ciampelletti.

La comproprietà dello Stato avrebbe impedito futuri possibili scempi del sito, nonostante la buona volontà dichiarata dall’ingegnere, a cui la prospettiva della prelazione andava storta: «Si sarebbe mantenuta – afferma – una inopportuna divisione del monumento». Il pieno possesso privato del Colombario, risultato dal diniego del Ministero («Non ci sono i soldi per la prelazione») preoccupa invece la Paris, che teme il progressivo degrado del sito archeologico, in possibile oscillazione tra l’abbandono e un uso commerciale. «Se fosse intervenuto il ministero o il Comune o la Regione si sarebbe potuto realizzare un efficace restauro conservativo, destinando poi lo spazio come punto d’accoglienza per i visitatori dell’Appia».

La direttrice del Parco è scettica circa il vero interesse di un privato di tutelareun bene archeologico importante rinunciando a lucrarci sopra. Che fine avrà questa storia che solo a Roma può essere raccontata? Una vicenda in cui appaiono nomi illustri, da Augusto a Piranesi, associati loro malgrado a spunti vernacolari come il ristorante peplum sistemato tra centinaia di loculi. Sullo sfondo, un «pezzo» di importante archeologia gestita da una vecchia famiglia romana dalle buone intenzioni insidiate però dalla voglia di qualche guadagno. «La via Appia va riscattata dalle sue attuali condizioni: i tre quarti dei suoi monumenti sono in mano privata quando invece dovrebbero essere nelle mani dello Stato per un autentico uso culturale» dice Rita Paris.

Dopo il mancato intervento del ministero per mancanza di fondi, sembrano pregiudicate tutte le prospettive di «riscatto» sia del Colombario sia di tanti altri monumenti che affiancano la Regina Viarum. L’ipotesi di esproprio applicata al sito del civico 87 è del tutto improbabile, così come lo è per il resto: la indisponibilità finanziaria statale in pratica azzera ogni prospettiva a favore del consolidamento delle funzioni del Parco dell’Appia Antica il cui personale è ridotto all’osso. Una soluzione, tuttavia, potrebbe trovarsi nella fertile collaborazione tra la parte privata, ove si mostrasse disponibile, e la parte pubblica attraverso accordi di caso in caso. Chissà che aprendo questa strada di partnership tanti problemi legati al futuro del Parco, con i suoi tesori archeologici, non possano essere risolti.