Avevate pensato che della povera gente, che a malapena traversa il mare su gommoni sgonfiabili fosse il pericolo, un’Italia strapiena di profughi che non ne può più. E invece avete trovato Venezia bloccata da una folla – detta “i turisti” – che avanza lentamente notte e giorno usando, rompendo, sporcando, munita di cibi propri (niente spese) e di una forte volontà di avanzare sempre, senza regole e con spossata spensieratezza, usando la città come fosse la replica cartonata di Disneyland.

E avete trovato, a Roma, in piazze sorvegliate da militari armati e mezzi blindati, una massa di età variabile e di nazionalità imprecisa, che si butta nelle fontane per lavarsi, bagnarsi, rinfrescarsi o mantenere una promessa verificabile sullo smartphone, gente che spezza le dita alle statue e blocca con tavolini selvaggi tutte le strade che non sono già bloccate dal traffico fermo. Il traffico è fermo anche a causa di parcheggi, dove capita, di autobus di dimensioni immense.

Oltre alla circolazione continua di enormi contenitori mobili di popoli in visita che, dall’alto di un secondo piano, filmano la città e scaricano plastica sulle strade. Stiamo parlando di decine di milioni di invasori ricevuti con ossequiosa benevolenza, fingendo di non notare che l’immensa quantità e diversità di popoli in transito produce uso e devastazione senza ritorno di spesa. Tutto, infatti, è stato organizzato altrove, a costi minimi e prepagati. Ma, in base a un mito formatosi decenni or sono, vengono creduti benefattori e trattati con il massimo riguardo e senza pretendere regole.

I “turisti”, questo misterioso popolo cangiante dalle cattive maniere, se necessario, aggressivi, rappresentano, per la protezione delle città e di tutto ciò che ha valore, un pericolo molte volte più grande di quello esiguo e quasi invisibile ( al confronto ) della tanto temuta migrazione.

3 luglio 2017

Il Fatto Quotidiano