Il testo delle due ordinanze del Commissario governativo per la ricostruzione, che stanziano un totale di 43.511.000 Euro per interventi volti a garantire la continuità dell’esercizio del culto nelle quattro regioni colpite dal sisma –la n. 23 del 5 maggio e la n. 32 del 21 giugno 2017, ricalcate una sull’altra- merita particolare attenzione poiché, sebbene si riferisca al territorio del cratere sismico, dice tanto dei meccanismi attivati intorno alla scelta, da tempo perseguita, di abbandonare al proprio destino tanta parte del patrimonio ambientale e monumentale del Paese e non solo quello delle terre devastate.
Dal punto di vista dei dispositivi di legge non c’è niente di nuovo sotto il sole, tutto era già

scritto nel decreto legge n. 189 del 2016, su cui è sostanzialmente imperniata la lunga e articolata premessa dei due provvedimenti: un castello di motivazioni e riferimenti, comprendente anche le intese intercorse con il MiBACT per quanto attiene agli interventi sul patrimonio culturale, che consente ai proprietari dei edifici di interesse culturale la possibilità di procedere direttamente alla messa in sicurezza degli edifici danneggiati. Una parte consistente della somma complessivamente stanziata per la messa in sicurezza delle chiese danneggiate dal sisma, e cioè 39.643.500 Euro, andrà dunque alle Diocesi che ne sono proprietarie, a cui viene affidata anche la responsabilità degli interventi.
Giocano sapientemente con le parole le ordinanze del Commissario: hanno come oggetto le chiese come luoghi di culto, come fine la continuità dell’esercizio del culto e finanziano attività di messa in sicurezza degli immobili-luoghi di culto. E non è poco se si pensa che fin qui di ordinanze per il patrimonio culturale non se ne sono viste. L’interesse culturale degli edifici è considerato come un accidente e anche parecchio fastidioso dal momento che richiede specifiche autorizzazioni -per la via breve della Conferenza dei servizi naturalmente-; non si parla infatti di lavori di restauro ma solo di messa in sicurezza, anche se poi si lascia la porta aperta, anzi spalancata, ai lavori di ripristino totale degli edifici lesionati –i restauri appunto- laddove valutazioni di economicità complessiva degli interventi li consiglino.
Una chiave privilegiata di accesso allo studio delle fonti della storia dell’arte, ma non solo, è l’analisi delle frequenze lessicali nei testi. Il metodo, in realtà, funziona bene con tutto anche se nelle ordinanze in questione è particolarmente proficuo rilevare le assenze più che le frequenze dal momento che, nonostante che la massima parte degli edifici interessati dai finanziamenti siano “beni culturali-chiese”, non vi si trova alcuna ricorrenza dei termini propri del vocabolario di settore, che compaiono solo nelle premesse laddove si collocano i citati riferimenti alle intese sottoscritte dal MiBACT: nell’articolato, infatti, non sono mai citati il patrimonio culturale, la tutela, la conservazione, la salvaguardia, il restauro. Le parole sono importanti- come diceva il protagonista di un famoso film- e tanto è vero che a tale ben circostanziabile lacuna lessicale corrisponde, con geometrica perfezione, l’abbandono e la rovina del meraviglioso patrimonio monumentale dei territori al centro del cratere sismico, consegnato da mesi a una silenziosa agonia da cui tutti sembrano aver distolto lo sguardo.
Al di là della prova di forza offerta anche in questa occasione dalle autorità ecclesiastiche e al netto degli interessi elettoralistici che devono aver pesato in modo determinante nella scelta governativa di trascurare le vere emergenze del patrimonio culturale per garantire la massima visibilità degli interventi, polverizzandoli in un’area vastissima e privilegiando centri popolosi anche se spesso solo lambiti dal sisma piuttosto che le disastrate aree montane disseminate di monumenti preziosissimi ma in via di desertificazione, al fondo di tale operazione si legge anche altro.
La scelta tenacemente ribadita di motivazioni “cultuali” per gli interventi su edifici di interesse culturale dà la misura di quanto grande sia il vuoto lasciato dal sistema di valori civili laici su cui è stato imperniato il sistema della tutela del patrimonio culturale e ambientale del Paese. L’espunzione in blocco del vocabolario che descrive le azioni dedicate alla cura di quello stesso patrimonio è evidentemente ricercata e non è difficile leggervi l’intenzione di consegnare all’obsolescenza, insieme a quelle parole, anche la memoria di una lunga stagione di impegno politico e istituzionale, di desertificare il nostro stesso orizzonte culturale. Con conseguenze di lunghissima durata.
Lo ha spiegato bene Salvatore Settis: dietro l’abbandono del patrimonio monumentale c’è una precisa volontà politica e la rovina che ne deriva può essere considerata a buona ragione come l’esito di un’azione iconoclasta poiché è operata in forma attiva; non ce ne avvediamo perché “l’assuefazione e la perdita di memoria collettiva avvengono per piccoli passi”. Una tesi che è illustrata alla perfezione dal testo delle ordinanze commissariali la cui accorta elaborazione rivela il portato anche ideologico di provvedimenti che, trattando di patrimonio culturale, ne rimuovono il nome e cancellano l’intera area semantica relativa alle parole tutela e conservazione.

https://sisma2016.gov.it/2017/06/23/ordinanza-n-32-registrata-il-22062017-al-numero-1453/

2 Luglio 2017