Se Dario Franceschini fosse amministratore delegato di una società per azioni sarebbe sparito dai radar già da tempo. Licenziato in tronco, senza diritto alla buonuscita. Il motivo? Drammaticamente semplice. La colpa, perpetrata in questi anni di conduzione del Ministero della Cultura e del Turismo (Mibact), di essersi attorniato di una schiera di persone non perfettamente adeguate al ruolo che hanno ricoperto. Con il risultato che il ministero ha fatto i

conti in questi anni con cortocircuiti, inefficienze, dispendio di risorse pubbliche, danni incalcolabili di immagine.

La gaffe planetaria derivata dall’annullamento della selezione di cinque dirigenti di altrettanti Musei Nazionali da parte del Tar è solo l’ultimo dei macroscopici incidenti di percorso della gestione del Mibact targata Franceschini. Inutile tornare sui motivi, ampiamente sviscerati, della decisione assunta dai giudici di legittimità. Resta il fatto che, come a tutti gli addetti ai lavori è ben noto, quella che lo stesso ministro ha definito una “figuraccia mondiale”, si sarebbe potuta evitare se i bandi di selezione fossero stati passati al setaccio per verificarne la tenuta giuridica ed il rispetto della legislazione di riferimento. Quella legislazione che, ironia della sorte, fu approvata dal secondo governo di Giuliano Amato, nel quale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega alle riforme, era proprio Dario Franceschini. E chi avrebbe dovuto garantire il parto di bandi pienamente legittimi? L’ufficio legislativo del Mibact. A cui capo siede il consigliere di Stato Paolo Carpentieri: come poteva non conoscere i profili di illegittimità, poi sollevati dal Tar, delle selezioni? Anche perché non pochi dubbi erano emersi da parte di alcune Organizzazioni Sindacali. L’ufficio legislativo, per motivi che mai sapremo, si è insomma reso responsabili di un fatto che non può essere ascritto ad una semplice svista: la mancata verifica della compatibilità della procedura di selezione con le norme quadro vigenti. Ma nonostante ciò, Carpentieri ed i suoi collaboratori, già protagonisti di altre partite dall’esito disastroso (su tutte, i due anni per la trasformazione, ancora monca, di Enit in ente pubblico economico e la liquidazione di Promuovitalia, su cui pende un surreale conflitto tra Mise e Mibact) sono ancora al proprio posto. Perché godono, come è noto non solo al Mibact, della massima fiducia del proprio capo politico.

Il posto l’ha invece perso un altro fedelissimo del ministro della Cultura. Che negli ultimi due anni è comunque rimasto una presenza fissa – seppur a titolo gratuito – nei corridoi e negli uffici del Ministero, in qualità di ascoltato consigliere strategico sui temi del turismo. Parliamo di Stefano Ceci, costretto a lasciare la poltrona di consulente nel 2015 dopo che un’inchiesta di Emiliano Fittipaldi su L’Espresso rivelò come il consigliere di Franceschini, a due mesi di distanza dalla nomina al ministero, avesse dato vita ad una società (la Netbooking srl), che dopo pochi giorni dalla sua nascita vinse, in palese conflitto di interessi con il ruolo di Ceci al Mibact, un appalto per Explora, la società pubblica nata per gestire la promozione dell’Esposizione mondiale. Ma di Ceci non si ricorderà solo la vicenda della gara ad Expo. La memoria, tra gli addetti ai lavori, andrà soprattutto al TdLab, il laboratorio messo in piedi dall’uomo di Franceschini destinato a realizzare, nella fumosa idea dello stesso ministro, una grande rivoluzione digitale del turismo italiano. Che non c’è stata. Con la conseguenza che il fantasmagorico TdLab, utile forse a far diventare dirigente in Enit un’amica di Ceci, è finito su un binario morto.

A morte è stata invece condannata Promuovi Italia, società veicolo del Mibact, messa in liquidazione da Franceschini con il famoso Decreto Art Bonus del maggio del 2014. La liquidazione viene affidata alle cure di un altro personaggio uscito dal cilindro di Dario Franceschini: Antonio Venturini, commercialista ravennate, rigorosamente targato Pd. La missione di Venturini è quella di riordinare e blindare i conti aziendali, fuori controllo. Ma al liquidatore l’impresa non riesce ed il 20 maggio 2015, in uno scarno comunicato pubblicato sul sito web di Promuovi Italia, viene annunciata la richiesta di un concordato preventivo. A cui poi seguirà, come è noto, il fallimento, domandato dallo stesso Mibact e sotto la responsabilità della direzione generale Turismo al ministero. Dove, nell’autunno del 2015, con un repentino spoil system che dirotta Onofrio Cutaia ad un’altra direzione generale, approda Francesco Palumbo, altro “fiore all’occhiello” del cerchio magico franceschiniano.

Uomo con simpatie centriste, già dirigente cultura alla Regione Puglia, rottamato con l’elezione di Michele Emiliano, poi parcheggiato dalla politica, per un mesetto, a Roma Capitale, Palumbo arriva ai piani alti del Mibact grazie alla benedizione della potente Michela De Biase, seconda moglie di Dario Franceschini. La gestione della DG Turismo da parte di Palumbo si è caratterizzata, nei 20 mesi di sua reggenza, per tre elementi cardine: lo svuotamento operativo della direzione; l’appalto di ogni progettualità a società controllate dal Mibact, con la conseguente occupazione fisica degli uffici ministeriali da parte di personale esterno (prima di Invitalia, per il costoso ed inutile piano strategico sul turismo, e ora di Ales, per non ben precisati progetti di turismo culturale); il numero impressionante di presentazioni ufficiali del vacuo piano strategico sul turismo, scritto peraltro da consulenti esterni vari, alcuni dei quali nemmeno remunerati. Su quest’ultimo aspetto si è concentrata maggiormente l’attività di Palumbo, che pare aver piegato il Piano a strumento di auto-promozione, ispirato dal suo mentore Francesco Tapinassi, altro uomo di Stefano Ceci e con alle spalle esperienze in tema di turismo maremmano. Inutile forse ricordare che tutta questa frenesia comunicativa della DG Turismo ha relegato ai margini quello che avrebbe dovuto essere il cosiddetto braccio operativo della strategia del turismo: il nuovo Enit, altro “capolavoro” di governance del ministro da Ferrara e sul quale, per amor di patria, almeno in questa sede, preferiamo sorvolare.

@albcrerpaldi

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