Stroncature. Il ministro ha unito l’Anfiteatro Flavio alla Domus Aurea e al Palatino per semplificare e risparmiare, ma ha creato così 10 organismi. I giudici: “Viola gli accordi tra Stato e Comune sui Fori”

Comincia a grandinare su Dario Franceschini, il peggior ministro della Cultura da anni, quello

che ha preteso di squartare il corpo della tutela dei Beni culturali e paesaggistici, già dissanguato dai feroci tagli berlusconiani. Il Tar del Lazio lo riboccia sulla creazione di un assurdo Parco archeologico del Colosseo accorpato con la Domus Aurea (edificata da Nerone quando davanti solo c’era un lago) e col Palatino dove sorse la Roma più antica, separandolo invece dal contesto della Roma imperiale. Una follia anche organizzativa che ha creato 10 organismi con altrettanti dirigenti di I e II fascia al posto dei 3 preesistenti. Per “semplificare”. I ricorsi accolti dal Tar sono due: del Comune di Roma e della Uil. Si conoscono le motivazioni solo del primo. La decisione del MiBACT è avvenuta violando i precedenti accordi di collaborazione fra Stato e Comune (che ha competenza sui Fori Imperiali). Il ministro non aveva il potere di “creare un nuovo ufficio dirigenziale generale come quello” del Parco Archeologico. Egli può sopprimere, fondere, o accorpare uffici in funzione di particolari esigenze fra le quali anche quella di “garantire il buon andamento dell’amministrazione di tutela del patrimonio culturale”. Non di più.
Va ricordato che la frantumazione in più organismi della Soprintendenza Speciale per l’Archeologia di Roma era stata operata inserendo nella legge di stabilità un emendamento voluto a tutti i costi da Pd romano dopo che il presidente di commissione l’aveva più volte rigettato. Inoltre per il Tar del Lazio il Comune avrebbe così perso parte degli incassi e – cosa fondamentale – sarebbe stata sancita “la eliminazione della rilevanza unitaria dell’area all’interno delle Mura Aureliane, oggetto della tutela Unesco”. Il Comune ha un particolare ruolo rispetto al quale lo Stato non può incidere unilateralmente” trattandosi di “competenza concorrente”. Molto chiaro.
L’elenco degli “orrori” franceschiniani si allunga. L’opera rock “Divo Nerone”, caldeggiata da lui e dalla sua signora sul Palatino, è stata un fiasco imbarazzante, molti spettatori se ne sono andati dopo il primo tempo. Le royalties per lo Stato forse evaporano. I soli tranquilli sono gli organizzatori i quali hanno ricevuto dalla Regione Lazio (bella figura) 1.050.000 euro.
Pure in materia di paesaggio e di centri storici il ministro delle “deforme” (volute testardamente da Matteo Renzi) sta facendo danni. Non solo non ha efficacemente sollecitato le Regioni a co-pianificare col Ministero i piani paesaggistici rimedi essenziali contro la speculazione – per cui siamo fermi a 3 Piani e mezzo (Puglia, Toscana, Piemonte e coste sarde), non solo non ha fatto muovere un passo alla buona legge Catania sul consumo di suolo (che corre 3-4 più che in Germania), ma col Dpr 31/2017 ha ancora tagliato i tempi alle Soprintendenze per rispondere alle richieste di autorizzazioni e pareri architettonici e urbanistici. La prima autorizzazione va richiesta ai Comuni e questi, alla canna del gas per la diminuzione dei trasferimenti erariali, sono indotti ad autorizzare un po’ di tutto. Esse riguardano, incredibilmente, anche i “territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla battigia”, le rive dei laghi e dei fiumi, le montagne, i parchi naturali, le zone archeologiche dove il divieto di costruire dovrebbe essere assoluto, “di per sé”. E poiché gli architetti delle Soprintendenze sono appena 539 per tutta Italia, cioè 1 ogni 283 Kmq di territorio vincolato, con 4-5 pratiche complesse al giorno da sbrigare a testa, il silenzio/assenso scatterà inesorabile. La fissazione è sempre quella decrepita di “rianimare” così la ripresa edilizia. Ma per chi?
Sempre quel Dpr di Franceschini ha “semplificato” le autorizzazioni di lavori negli stessi centri storici eliminando le verifiche per ben 31 tipologie di interventi: finestre, porte, lucernari, gazebo, chioschi, mini-pale eoliche, pannelli solari. E i centri storici – a parte Urbino integralmente vincolata con grande coraggio dal soprintendente Francesco Scoppola anni fa – sono vincolati, Roma compresa, a “macchia di leopardo”. Aspettiamoci mille bazar, mille nuovi orrori.

Il FATTO, 8 giugno 2017

Ps: la seconda sentenza del Tar sul Colosseo, quella per l’accoglimento dei ricorso della UIL è anche più pesante.