E’ stato presentato un emendamento nella “manovrina” che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe salvaguardare il mantenimento in servizio dei direttori di museo stranieri. Maria Bellonci lo avrebbe iscritto tra i “soccorsi a Dorotea”, dei quali abbonda la storia parlamentare degli ultimi anni. Con il regolare riscontro della loro inutilità o, peggio, della loro dannosità
Il tema va considerato senza vis polemica, ma solo riflettendo sui limiti posti dal diritto

nazionale e comunitario al lavoro di cittadini stranieri per pubbliche amministrazioni statali. Il principio generale riaffermato dalla Cassazione (da ultimo n. 18523/2014) è che vige, per gli stranieri, il divieto di assunzione anche per impieghi di basso rango nella pubblica amministrazione.
Per quanto riguarda i ruoli dirigenziali della pubblica amministrazione il divieto dell’art. 38 d. lgs. n. 165/2001 è diretta filiazione dell’art. 45 del Trattato di Roma.
Quel precetto esclude dall’applicazione delle norme sulla libertà di circolazione sul diritto di stabilimento le attività che, nello Stato, partecipano all’esercizio dei pubblici poteri. La disposizione è stata interpretata dalla Corte di Giustizia UE, dal 1980 fino all’ultima pronuncia del settembre 2014, come preclusiva per gli stranieri di essere assunti in posti che implichino il normale esercizio di pubblici poteri. La dirigenza statale, specie dopo la riforma del 1993, comporta per definizione l’esercizio costante e continuo di pubblici poteri, talora estremamente incisivi. Per questo, la dirigenza dei musei rientra perfettamente nella public service exception (come viene definito il citato art. 45) così che ai cittadini stranieri era ed è preclusa la loro nomina a direttori.
Questa preclusione è stata ulteriormente aggravata, probabilmente in modo inconsapevole, dallo stesso Mibact con il decreto legge n. 146 del 2015 che ha inserito le attività di apertura dei musei tra i servizi pubblici essenziali. Le attività di vigilanza e apertura dei musei rientrano sicuramente tra le competenze affidate ai direttori dei musei. Ora se tale attività costituisce servizio pubblico essenziale, volto a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente garantiti, (art. 1 l. 146/1990) con particolare riferimento alla libertà e alla sicurezza, non v’è dubbio che tutto questo ricada in uno specifico e assai rilevante interesse nazionale. Cioè: è stato lo stesso Mibact a negare, con quel decreto legge, che i musei potessero essere affidati a stranieri, trattandosi di funzioni che impingono, anche sotto il profilo dell’apertura dei luoghi e della loro vigilanza, direttamente nell’interesse nazionale. Con quel decreto legge, cioè, il Mibact ha integrato l’altro impedimento indicato dal citato art. 38 d. lgs. n. 165/2001.
P.S. Ma questi direttori di museo, prima di assumere le funzioni, hanno giurato fedeltà alla Repubblica Italiana? E se sì come possono spiegarlo nel loro Paese?
Il testo è stato inviato contemporaneamente a Il Fatto Quotidiano.

29 Maggio 2017