(di Tomaso Montanari) A differenza di Francesco Merlo, trovo che la sentenza del Tar del Lazio sul concorso dei supermusei rientri nella perfetta fisiologia democratica: e, anzi, credo che sia salutare che un potere politico troppo spesso arrogante e arbitrario venga richiamato alla necessità di rispettare leggi e regole. Il giudice amministrativo rileva che una legge vigente (la 165/2001, art. 38) stabilisce che la cittadinanza italiana è richiesta quando il pubblico dipendente esercita, direttamente o indirettamente, pubblici poteri o quando l’ufficio attenga all’interesse nazionale. E Dario Franceschini, nel decreto ministeriale del 27 novembre 2014 che ha messo a bando i posti dei cosiddetti supermusei, ha definito questi ultimi «di rilevante interesse nazionale». E dunque: la «figuraccia internazionale dell’Italia» si deve al giudice che fa rispettare limpidamente la legge, o al ministro che, pur avendo i numeri parlamentari per farlo, non cambia la legge, preferendo violarla? Quanto al merito, il problema esiste: e non solo da noi. Il direttore della National Gallery di Londra è un italiano: ma di cittadinanza britannica. E questo è il punto. Il direttore degli Uffizi, tedesco, ha detto che non aveva letto la sentenza perché non è un giurista, e perché non è italiano: ma il punto è che i funzionari dello Stato italiano che fino ad ora avevano diretto i musei erano chiamati anche a conoscere l’ordinamento giuridico. Perché il loro non è un incarico puramente scientifico (per il quale nessun confine nazionale varrebbe), ma è anche una pesante responsabilità amministrativa. Il Tar è poi intervenuto sull’opacità del concorso. Che è un dato reale. I responsabili dei maggiori musei del mondo sono stati scelti con colloqui inferiori ai 15 minuti, e i verbali permettono di dedurre che ogni curriculum è stato letto e valutato in 9 minuti medi. Gli standard internazionali per la selezione di direttori di musei prevedono ore, e più spesso giorni interi, di reciproca conoscenza. Franceschini, al contrario, volle fare tutto in fretta, con una commissione di 5 membri che doveva decidere su musei tra loro diversissimi: in un evidente deficit di competenze. Non basta. Nella commissione c’erano solo due tecnici, mentre la maggioranza era controllata dal braccio destro del ministro e autore del testo della riforma, da una manager museale che Franceschini nominerà subito dopo nel cda degli Uffizi e dal presidente della Biennale di Venezia che attendeva che il ministro derogasse ad una norma per confermarlo ancora in quel posto. La verità è che la politica ha steso prepotentemente la sua ombra su un concorso che doveva essere tecnico e indipendente. Del resto, è questo lo spirito della “riforma”: i consigli scientifici dei musei sono ora nominati dal ministro, dal sindaco e dal presidente della Regione, con una lottizzazione politica della storia dell’arte e dell’archeologia che non ha eguali al mondo. I risultati del concorso non furono entusiasmanti: con poche eccezioni, non risultarono vincitori professionisti che avessero già diretto un qualunque museo, ma che al massimo erano stati conservatori di sezioni in musei minori. Abbiamo affidato delle portaerei a chi aveva diretto solo il ponte di una corvetta. Il risultato è stato una indiscussa fedeltà dei miracolati al ministro autore di un simile miracolo. E la comunità scientifica internazionale ha guardato con enorme perplessità a questa inedita operazione di cosmesi. Le conseguenze sono state pesanti. Qualcuno ricorderà l’esteso danno alle tavole di Brera, le inaugurazioni “politiche” del Museo di Taranto (che poi tornava a chiudere quelle sale per mancanza di personale), la mercificazione spinta della Galleria Palatina di Pitti, le dimissioni dai consigli scientifici della stessa Brera, e della Gnam a Roma: mentre stenta ad emergere in pubblico l’estesissimo, profondo disagio dei lavoratori di questi musei. Franceschini rivendica la quantità: citando numeri della bigliettazione che non dipendono, tuttavia, dalla sua riforma, ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo, che vede i turisti in fuga dalla Francia e da molti paesi del Mediterraneo. Niente gli cale, invece, della qualità: la commissione Bray aveva pensato l’autonomia dei musei come occasione per creare, o rafforzare, comunità di ricercatori residenti che producessero conoscenza, e la redistribuissero ai cittadini. Invece i super musei (a differenza dei loro omologhi inglesi, francesi, tedeschi o olandesi) non fanno più ricerca, e le figure (monocratiche e isolate) di questi generali senza esercito hanno ricevuto un mandato diverso: far marketing, non conoscenza. Ma mentre su tutto questo si potrebbe discutere a lungo, il fatto che i giudici debbano far rispettare le leggi dovrebbe essere, invece, pacifico.

da La Repubblica del 27 maggio 2017