Nerone è tornato sul Palatino a Roma, non con il fuoco del famigerato incendio, ma con un’occupazione che si vorrebbe precaria che ingenera però consistenti dubbi sulla sua liceità. Non tanto nei riguardi degli scaltri organizzatori dell’annunciata opera rock: quanto di coloro che, ricoprendo diverse funzioni pubbliche, hanno autorizzato ed avallato l’occupazione del colle che, da Romolo in giù, ha ospitato i potenti di Roma antica.

Quel pubblico ufficiale, pagato dai contribuenti, che avrebbe dovuto assicurare la tutela di un luogo del genere (addirittura recentemente promosso a parco archeologico speciale), tutelato dall’UNESCO, come ha fatto a non rendersi conto che l’impianto da lui stesso autorizzato incombe incongruamente, con il suo intreccio di tubi e la volgarità della sua copertura in lamiera, sul paesaggio archeologico del colle? E quei pubblici ufficiali, ugualmente pagati dai contribuenti, che avrebbero dovuto vigilare sul comportamento del responsabile periferico non hanno avuto nulla da osservare? E i componenti del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali, fra i quali siedono sagaci e profondi indagatori del paesaggio storico, in che modo hanno potuto razionalizzare un attentato del genere alla storicità del paesaggio del Palatino?
Neppure di fronte a quest’ennesimo oltraggio si può sperare in un contrasto alle disposizioni emanate dal pro tempore titolare della responsabilità politica del Ministero per i Beni Culturali ed il Turismo? Disposizioni che, semplificando ma non tanto, si riducono a prescrivere la totale libertà d’uso delle aree e dei monumenti d’interesse culturale e a richiedere (in cambio?) modeste elargizioni in denaro.
La ratio di simili provvedimenti pare ricadere nella faciloneria dell’improvvisazione (non vorremmo dire nell’opaco settore della mediazione): non risulta che sia stato elaborato uno studio economico che abbia realisticamente quotato il valore in denaro dell’impiego, a fini diversi da quello della conoscenza e della fruizione pubblica, delle aree e dei monumenti d’interesse culturale. Così che ogni cifra in denaro che viene elemosinata dal Ministero grazie a tali (precarie) concessioni d’uso non risponde a parametri scientificamente definiti.
A tale argomento se ne aggiunge uno ancor più decisivo, già messo in luce in precedenti occasioni, relativo ai possibili danni al patrimonio archeologico che l’impianto (precario) costruito, con il necessario concorso di mezzi d’opera e di cantiere, e il passaggio degli spettatori potrebbero provocare. Ci auguriamo sia stata predisposta una dettagliata e completa analisi dello status quo ante da confrontare con quella risultante una volta che sia stato tolto l’incomodo (e che sia stata richiesta ed ottenuta una congrua fideiussione sulla quale eventualmente rivalersi per i danni subiti).
Di fronte a questo rovinoso ritorno degli epigoni di Nerone sul Palatino i promotori che sottoscrivono questa denuncia hanno deciso di avviare formale richiesta per l’esclusione del Centro storico di Roma dal World Heritage List UNESCO, al contempo denunciando, in tutte le sedi opportune, coloro che si sono resi responsabili dell’ennesimo oltraggio al nostro patrimonio culturale.
Alberto Asor Rosa, Comitato della Bellezza, Emergenza Cultura