Qualche anima candida sostiene che i tralicci metallici innalzati sul Palatino per uno spettacolo estivo, benché ripugnanti, abbiano almeno il pregio di mostrare come si doveva presentare alla vista da molte parti di Roma, il tempio di Sol invictus, fatto erigere dall’imperatore Eliogabalo. Ma non è così: le proporzioni sono fuorvianti, il materiale incongruo e, d’altra parte, esistono strumenti più efficaci e meno dannosi, invadenti e volgari per rappresentare la ricostruzione ideale di un monumento antico. Si tratta invece, più semplicemente, della forma di consumo di un bene non riproducibile, che richiederebbe ben altro rispetto.

 

L’offesa al patrimonio storico, per ora già riconoscibile, riguarda il paesaggio archeologico di Roma, tutelato per l’interesse universale, prima ancora che dalle leggi che impongono intelligente cura e attenzione. È un paesaggio non marginale dell’ambiente urbano: è il paesaggio delle vestigia storiche più espressive e delicate dell’antica Roma; riguarda la prospettiva e i caratteri formali, riguarda insomma l’aura, il fascino dei luoghi ove ebbe origine e vita più intensa la città stessa e sui quali miti, leggende e avvenimenti storici hanno sollecitato la fantasia e la curiosità degli antichi e dei moderni.

Del tempio di Eliogabalo, distrutto nel medioevo per trarne marmi lavorati, restano esili reliquie, sufficienti tuttavia per riconoscerne le imponenti dimensioni e la perduta maestosità.

I luoghi e le cose si trasformano, ma non perdono significato per chi sappia riconoscervi i segni del tempo trascorso. Sulle rovine ora violate per un uso non consono alla loro destinazione culturale sorge la piccola chiesa di San Sebastiano al Palatino. La tradizione religiosa, documentata dagli acta sanctorum ha qui serbato memoria del santo che, prima di essere martirizzato nel vicino ippodromo del palazzo dei cesari, si era rivolto all’imperatore proprio sulla gradinata di quel tempio.

Il grave abuso ora perpetrato nei confronti dei monumenti romani non è il primo ma è certamente il più grave, sia per l’entità della costruzione innalzata in uno spazio monumentale, sia per la lunga durata delle manifestazioni previste: queste sottrarranno l’area alle attività di ricerca — in particolare agli scavi in cui sono coinvolti studiosi francesi che, tra l’altro, hanno consentito di riconoscere i resti della coenatio rotunda di Nerone — e imporranno l’alterazione del paesaggio archeologico per tutta l’estate.

Si è così certamente in linea con gli attuali orientamenti di politica culturale che non si fanno scrupolo di assoggettare il patrimonio storico artistico a mire speculative: il segno più evidente è la proliferazione dei restauri di immobili privati di interesse artistico con il solo fine di esporre teloni pubblicitari sulle impalcature, che peraltro restano ben oltre il tempo necessario.

Questo criterio, vieppiù diffuso, produce un’offesa alla bellezza della città, privandola di caratteri tradizionali per motivi non ammissibili. L’elevato valore degli immobili di pregio ai quali sono affisse le pubblicità non giustifica il ricorso a sistemi che infliggono un danno a cittadini e visitatori, così depauperati del paesaggio e di beni artistici di pubblico interesse.

Chi, venendo da una lontana parte del mondo, voglia contemplare la colonna di Traiano, e trarne una fotografia nel suo ambiente architettonico, recherà con sé anche il ricordo di un’immagine pubblicitaria affissa sul retrostante palazzo di Roccagiovine.

 

L’ Osservatore Romano, 19 Maggio 2017

http://www.osservatoreromano.va/it/news/un-insulto-al-paesaggio-archeologico