Con la crisi della rappresentanza dei partiti, i cittadini si mobilitano attorno a temi limitati come la scuola, il patrimonio culturale e l’ambiente. L’esempio del Tevere a Roma
Viviamo oggi in una democrazia fragile, minata dal dispotismo antipolitico dei mercati (cioè di una nuova classe di padroni), che si esercita al di fuori di ogni controllo pubblico. Anzi, determina le scelte politiche ingoiando governi, partiti, sindacati, che sempre più spesso rinunciano a difendere i diritti dei cittadini e gli orizzonti del bene comune, e diventano cinghie di trasmissione dei voleri “del mercato”.

In questa democrazia indebolita, che conserva ed esibisce le sue forme ma perde il cuore e la meta, le associazioni di cittadini si stanno moltiplicando in tutto il mondo. L’Italia, nonostante la

 

 

crisi di rappresentanza e la personalizzazione dei partiti pilotati da un qualche più o meno plausibile padre-padrone, vede il fiorire di migliaia di associazioni, in particolare su fronti delicati e in pericolo come la scuola, l’ambiente, il patrimonio culturale. Esse hanno per lo più uno scopo limitato: costruite intorno a una scuola, un bosco, un teatro, un ospedale, somigliano a quegli advocacy groups che l’etica neoliberista gratifica di concessioni occasionali (un po’ di mecenatismo, qualche assegno e molta retorica). Meglio, infatti, tante piccole proteste che un grande movimento; meglio creare, mediante l’associazionismo spicciolo, una sorta di camera di compensazione che assorba le energie dei cittadini, anziché lasciar maturare la coscienza che fra la difesa di una spiaggia in Sicilia e la lotta per salvare un teatro a Ferrara o una scuola a Genova c’è un nesso forte (si chiama Costituzione).

Eppure questo associazionismo civile, espressione di una diffusa voglia di democrazia e di politica (nel senso non di gestione del potere, ma di libero discorso fra cittadini), appare oggi il solo incubatore possibile di una nuova stagione della democrazia. Solo da qui possono svilupparsi, pur partendo da problemi settoriali o puntiformi, nuove visioni d’insieme improntate al bene comune. Perciò il lavorio di queste associazioni (si contano a decine di migliaia quelle attive sul fronte ambientalistico, paesaggistico e dei beni culturali) va seguito con attenzione, specialmente quando mostri una più avanzata capacità progettuale, unita alla capacità di federare più associazioni, che anziché competere fra loro sappiano allearsi per raggiungere un fine comune, e di coinvolgere le istituzioni pubbliche.

Su questo fronte, qualcosa si muove. Chi crederebbe, ad esempio, che il più promettente caso di federazione fra associazioni si registra proprio a Roma, la vituperata Capitale che è di moda denigrare anche quando non se lo merita? Eppure, proprio a Roma è nata da qualche settimana Agenda Tevere, una federazione di ben 14 associazioni ambientaliste, sportive, culturali. Alle spalle c’è un anno di intenso lavoro, condotto da gruppi di cittadini attivi che hanno analizzato lo stato di salute di Roma a partire dal più trascurato dei suoi protagonisti, il Tevere. Scorre, è vero, in mezzo alla città, e sin da Romolo e Remo ne racchiude la storia, la topografia e la memoria, eppure è ormai del tutto marginale nella vita dei cittadini (fu partendo da questa considerazione che una delle associazioni coinvolte, Tevereterno, ha promosso con grande successo il fregio di William Kentridge sui muraglioni del Tevere). Sulla base di questa analisi, di cui si troveranno gli elementi essenziali nel sito www.agendatevere.org, è stata elaborata una strategia graduale di intervento, coinvolgendovi anche le amministrazioni regionale e comunale. Va già in questo senso la creazione di un “Ufficio Speciale Tevere” da parte del Comune e del “Servizio Bonifiche e Contratti di Fiume, di Lago e di Costa” da parte della Regione.

È una “rivoluzione copernicana” nel rapporto cittadini-istituzioni: collaborare anziché protestare, produrre idee e prendere iniziative anziché aspettarsi dalle istituzioni la largizione di cibo precotto, rifiutare la rassegnazione e il fatalismo. Insomma, farsi parte attiva nell’elaborazione di progetti che vengano lanciati e consolidati dalla loro stessa qualità culturale, dalla capacità di agganciare l’attenzione dei cittadini, di suscitare non solo generici consensi, ma un progressivo coinvolgimento. Quel che “Agenda Tevere” si ripromette è la metamorfosi da cittadino-cliente, sempre pronto a lagnarsi della qualità dei servizi, a cittadino-protagonista, che individua problemi e propone soluzioni, facendo leva sul numero delle associazioni coinvolte e sul loro patrimonio di conoscenze e di idee. Ma questa iniziativa ha dalla sua un’altra ricchezza, ed è la determinazione a dialogare con le amministrazioni pubbliche a prescindere dal loro colore politico: anziché esagerare i difetti e sminuire i successi di questo e di quello a partire dalle appartenenze e dagli ordini di scuderia, “Agenda Tevere” ha aperto un dialogo multipartisan sia con l’amministrazione Raggi che con quella Zingaretti; e forse già a fine giugno potranno essere annunciati significativi passi in avanti su questa strada.

Se questo attivismo civile avrà successo a Roma, come dobbiamo augurarci, esso diventerà immediatamente ‘esportabile’, con gli adattamenti necessari di città in città. Potrà, insieme con altri esperimenti (anche molto diversi da questo) in corso in altri contesti, dare una prima risposta al diffuso disagio sociale che nasce dalle molteplici dislocazioni che stiamo sperimentando (il lavoro e la cultura trasformati in merce, le ricchezze e complessità del “capitale umano” ridotte a forza lavoro usa-e-getta). Potrà rappresentare il bisogno assai diffuso di (ri-)creare alleanze di solidarietà sociale e civile, che intorno a pochi principi-base (quelli della Costituzione) possano nel tempo tradursi in progetto politico. Se mai c’è un modo per convincere a un’inversione di rotta gli organi della democrazia rappresentativa (partiti, Parlamenti e governi), la strada è questa. Comincia dal Tevere, il fiume di Roma.

Il Fatto Quotidiano, 18 Maggio 2017