L’espansionismo delle mostre in Italia rappresenta un fattore da non sottovalutare per individuare le tendenze e la vocazione del mercato culturale nel nostro paese.

Parliamo di mercato in quanto la concezione stessa di mostra si è trasformata nel tempo, da iniziativa culturale di prevalente carattere scientifico a “format” di largo consumo, confezionato secondo formule standard di produzione, pubblicità e comunicazione.
L’aumento massiccio dell’offerta culturale e il positivo riscontro di pubblico registrato da alcune “mostre evento” hanno avuto un impatto notevole sulla politica delle amministrazioni locali, che tendono a investire denaro pubblico per accaparrarsi un “uomo immagine” come Vittorio Sgarbi

o un sicuro “prodotto” di successo come quelli di Marco Goldin: due soggetti che – in modo diverso ma ugualmente efficace – conquistano il potenziale visitatore attraverso una massiccia campagna di promozione preventiva, inducendo nel “consumatore” bisogni, attese e desideri intorno a un “evento” che promette di essere sensazionale. Alla mostra si accompagna spesso un pacchetto preconfezionato di proposte: la didattica, il cibo, la musica o la visita “speciale”, tanto per fare alcuni esempi.
Questa modalità di offerta ha indubbi risvolti economici, e implica meccanismi che somigliano a quelli che governano il mercato televisivo, l’industria alimentare e la moda: il pericolo insito in questi meccanismi è quello dell’emulazione e dello sfruttamento, senza adeguati “filtri” e “limiti” di ordine etico, sociale e culturale.
Chiediamoci se l’aumento indiscriminato di mostre negli ultimi anni abbia comportato un effettivo beneficio in termini di consapevolezza e crescita culturale della cittadinanza. Quali possono essere le conseguenze di un sistema in cui le mostre stanno assumendo importanza preminente rispetto ai musei, rischiando di vanificarne il significato e il valore educativo, nel momento in cui dovesse mancare un investimento di risorse e un’adeguata politica culturale da parte delle amministrazioni pubbliche?
Rispetto a una quindicina di anni fa si è impoverito il rapporto tra amministrazioni e professionalità scientifiche nel settore di musei, biblioteche e archivi. In passato le mostre e le iniziative collaterali nascevano in gran parte dalle “specificità” del territorio: i progetti si sviluppavano intorno al restauro di un’opera simbolica, alla valorizzazione di una scuola pittorica, al recupero di un fondo documentario, mentre ora quel virtuoso ruolo guida delle istituzioni si è annacquato. Sempre più spesso le amministrazioni concedono in uso le loro sedi come contenitori, e le collezioni permanenti rischiano di diventare appendici delle mostre evento.
Non si tratta di demonizzare le esposizioni, quanto piuttosto di capire quante siano davvero necessarie, e se il cittadino abbia gli strumenti idonei per valutare e scegliere quali siano espressione di un progetto scientifico di qualità, o di studi e ricerche innovative.
Diversamente, le mostre d’arte entrano in un circuito “altro” rispetto alla conoscenza e alla divulgazione, e più affine all’intrattenimento, che sta diventando la finalità preponderante nella gestione dei beni culturali.
La “rivoluzione culturale” cui assistiamo quotidianamente trae origine da un presupposto nobile: avvicinare il cittadino all’opera d’arte, creando opportunità e formule di approccio più immediato a un linguaggio e a una materia per certi versi ancora complessi e riservati a un platea di specialisti e addetti ai lavori. Tutto questo dovrebbe tradursi in divulgazione, mentre invece assistiamo più frequentemente a processi di appiattimento e banalizzazione, che trasformano il cittadino da fruitore a consumatore.
Anche il ruolo del Mibact, che detiene la competenza per la concessione dell’autorizzazione al prestito delle opere d’arte, negli anni si è modificato. Dal tempo in cui prevalevano severe linee guida nella politica dei prestiti, atte a salvaguardare lo stato di salute dei materiali, la tecnica esecutiva delle opere – specialmente quelle su tavola – e il loro significato per la storia delle collezioni civiche o statali, siamo passati a una accelerazione verso il liberismo – nonostante sia ancora in vigore una normativa puntuale ed efficace. In tal modo nell’immaginario comune appare scontato che possa viaggiare qualsiasi opera d’arte.
Incentivare i meccanismi di circolazione dei beni culturali comporta anche il rischio che essi siano intesi e utilizzati come merce di scambio: un ente prestatore che abbia opere d’arte di pregio può considerare la convenienza a concederne in prestito alcune, o una parte significativa delle proprie collezioni per ottenere in cambio – come contropartita – un finanziamento o altrettante opere dall’ente organizzatore della mostra, per produrre altre mostre o eventi.
La rincorsa ai grandi numeri talvolta prevarica qualsiasi valutazione di opportunità, e sempre più spesso appare slegata da altre priorità d’intervento, per esempio nell’ambito della tutela del territorio. La strategia applicata con la riforma Franceschini per il mantenimento in vita e la gestione dei poli museali, ad esempio, incoraggia la mercificazione dei beni culturali attraverso la concessione d’uso degli immobili per iniziative e mostre che spesso sono funzionali a fare cassa.
Le conseguenze ultime di questi processi, se spinti all’eccesso, sono la perdita d’identità delle istituzioni cittadine, nella misura in cui rinunciano a esercitare il loro compito di custodia della stratificazione culturale e della memoria civica, e in particolare la perdita d’identità dei musei pubblici, trasformati in non-luoghi al pari di centri commerciali o stazioni ferroviarie, i cui spazi – lungi dall’offrire servizi – sono governati secondo la logica dell’esercizio commerciale.

*Funzione Pubblica CGIL Beni Culturali Veneto