A giudizio del Commissario del Governo per la ricostruzione, Vasco Errani, non è ancora tempo di mettere in sicurezza le chiese dell’alto maceratese, la vasta zona compresa tra la valle del Chienti e l’alta valle del Nera devastata dagli eventi sismici del 26 e del 30 ottobre 2016. Tra Camerino e Castelsantangelo sul Nera è ancora un territorio di guerra, desertificato, con strade interrotte e macerie ovunque. Il fitto tessuto dell’importante patrimonio monumentale di queste terre di struggente bellezza e ricchissime di testimonianze artistiche è drammaticamente a rischio: quanto non è ancora crollato sta in piedi per miracolo, non si contano le chiese prive di copertura, le centinaia di metri quadrati di affreschi sbollati o già a terra in frantumi ed esposti alle intemperie. Ma non un centesimo dei

14.358.500 Euro stanziati dall’Ordinanza n. 23 del 5 maggio, emanata dal Commissario Errani, andrà a quei territori. L’atto, basato sulle previsioni  del decreto legge n. 189 del 2016 recante la disciplina delle “Funzioni del Commissario straordinario”, interessa infatti –come recita il titolo- la  Messa in sicurezza delle chiese danneggiate dagli eventi sismici iniziati il 24 agosto 2016 con interventi finalizzati a garantire la continuità dell’esercizio del culto. Le determinazioni del Commissario si basano sulle considerazioni, esplicitate in premessa, per cui “la quasi totalità delle chiese situate nei territori dell’Italia centrale interessati dal terremoto è stata dichiarata inagibile” e quindi “l’esercizio del culto nei predetti territori risulta sostanzialmente precluso, con ciò producendosi un ulteriore aggravamento delle condizioni di vita delle popolazioni colpite, anche in ragione del particolare significato e del riferimento identitario che molti degli edifici in questione rivestono nel tessuto sociale delle comunità locali” e  che infine  “la celere riapertura di un luogo di culto concorre ad agevolare l’avvio degli interventi di ricostruzione, contribuendo al riconsolidamento dell’aggregato sociale e del tessuto di comunità in tempi rapidi”. Invertendo ogni logica basata su criteri di urgenza degli interventi e prescindendo da qualsiasi valutazione in ordine all’importanza storico-artistica delle chiese,  il criterio di individuazione dei siti finanziati privilegia invece “chiese con livello di danneggiamento modesto”  per la realizzazione di opere provvisionali per la messa in sicurezza e riapertura al pubblico delle stesse consentendo naturalmente la possibilità di “porre in essere interventi anche di natura definitiva complessivamente più convenienti  dal punto di vista economico” nei limiti dell’importo massimo di 300.000 euro. E poco importa poi che i siti individuati dall’Ordinanza, tranne rare eccezioni, si collochino regolarmente a buona distanza da quella vasta rossa dove, potendo, risiederebbe la popolazione effettivamente colpita dal sisma, chiamata in causa nelle premesse dell’atto commissariale. Oltre che una qualunque logica riconoscibile pare venir meno, proprio nel caso dei luoghi di preghiera, anche solo quel principio basilare di solidarietà per cui, in tale drammatico frangente, le comunità più fortunate di coloro che vivono nelle loro case la quotidianità di sempre si adattano a celebrar messa intorno a un altare consacrato non importa dove, perché le sole risorse finora messe in campo dal governo siano concentrate là dove disperatamente occorrono, dove davvero è vitale mettere in salvo con le chiese il tessuto sociale, culturale ed economico di territori e comunità agonizzanti, per le quali nulla ancora è stato fatto.

La speranza è l’ultima a morire e dunque speriamo fervidamente che a questo sconcertante atto commissariale ne segua subito un altro che piuttosto che convenire alle autorità ecclesiastiche porti qualche sollievo alle terre devastate e a quanto stiamo irreparabilmente perdendo del nostro patrimonio culturale, gli orizzonti del cui destino, anche solo a legger bene il testo dell’Ordinanza del 5 maggio, si profilano in ogni caso foschi.