La cosiddetta ‘manovrina’, e cioè le disposizioni urgenti in materia finanziaria decise dal governo, e che il parlamento dovrà poi convertire in legge, si dicono motivate dalla «straordinaria necessità ed urgenza di introdurre misure finanziarie e per il contenimento della spesa pubblica». La ricetta è quella che conosciamo ormai da quasi trent’anni: la progressiva autoriduzione dello Stato, sia al centro che negli enti locali.

Come è ben noto, non è un processo solo italiano. Luciano Gallino ha scritto che il primo articolo della «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali», in Europa, prescrive che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio».

Quali siano, in concreto, i frutti di questa lunga dissoluzione lo constatiamo attraverso le

cronache più recenti. E sono frutti che non riguardano le nostre economie, ma le nostre democrazie: le ong (indegnamente bersagliate dagli imprenditori della paura) ci stanno ricordando con forza e fermezza che si trovano in mare a fare il lavoro che dovrebbero fare gli Stati. E in Italia, da una parte priviamo di mezzi le forze dell’ordine, dall’altra armiamo le mani dei cittadini, spingendoli di fatto a difendersi da soli.

Ebbene, siamo sicuri che uno dei principali problemi della nostra crisi democratica non sia proprio questa inesorabile distruzione del ‘pubblico’, e la conseguente, selvaggia privatizzazione di funzioni vitali?

La domanda diventa stringente quando si leggono le voci della spesa ministeriale che risultano ridotte nelle tabelle accluse alla suddetta manovra del governo Gentiloni. Accanto ai tagli a fronti strategici come le «politiche per il lavoro» o l’«amministrazione penitenziaria», spiccano riduzioni che assomigliano a suicidi: per esempio i 5.996.000 euro tolti al diritto allo studio universitario in un Paese che è penultimo in Europa per numero dei laureati. O i 5.799.000 euro tolti alla «ricerca scientifica e tecnologica applicata e di base».

Lasciano di stucco anche i tagli al Ministero per l’Ambiente. Davvero possiamo permetterci di sottrarre anche solo 2.762.000 euro ai pochissimi destinati alla «tutela del territorio»? Proprio là dove dovremmo avere la forza di innescare una grande impresa neokeynesiana che finanzi l’unica grande opera utile, e cioè la rimessa in sesto del territorio, siamo invece ridotti a sottrarre alla nostra stessa sicurezza qualche spicciolio.

E poi c’è la cultura, tradizionale vittima sacrificale. L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli ha spiegato in un suo libro assai istruttivo (La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica e su come si può tagliare, 2015) perché «spendiamo troppo in quasi tutti i settori tranne cultura e istruzione». Evidentemente il governo Gentiloni non è d’accordo, e taglia 5,455 milioni alla voce «tutela del patrimonio culturale» (già allo stremo). E non basta: ci si accanisce togliendo 220.000 euro (!) alla tutela archeologica,  599.000 alla tutela e valorizzazione dei beni archivistici, 992.000 alle martoriate biblioteche, 552.000 alla tutela delle belle arti e tutela e valorizzazione del paesaggio. Il ministro Padoan ha dichiarato che non si tratta di tagli lineari, ma selettivi. Il che pare in effetti innegabile, visto che lo stesso decreto stabilisce (all’art. 22, comma 6) che  i supermusei, i cui direttori e consigli scientifici sono stati scelti e nominati direttamente dalla politica, possono «avvalersi, in deroga ai limiti finanziari previsti dalla legislazione vigente, di competenze o servizi professionali nella gestione di beni culturali». In altre parole, mentre la tutela del territorio viene tagliata (così da dare il colpo di grazia alle morenti soprintendenze), si incrementa invece la discutibile attività promozionale di questi musei, dove ormai non si produce più conoscenza, ma si fa solo marketing.

Quando Barack Obama si rifiutò di tagliare la spesa per la ricerca e l’istruzione, spiegò che non si poteva sperare di far ridecollare un aereo buttandone fuori bordo il motore. Il punto è che forse noi non abbiamo ben chiaro quale sia, il nostro motore.

 

Repubblica, 6 Maggio 2017