C’era una volta la ruota panoramica, l’evoluzione disimpegnata della più autorevole invenzione neolitica. C’era una volta la ruota panoramica di Londra, il “London Eye”, che con quel nome da sala da trucco fa provare il brivido solo a dirlo. Quindi tutti in coda per provare l’ebrezza della visione, quel senso di onnipotenza dato dal poter contenere una delle capitali più italianizzate del

mondo tutta in uno sguardo; vertigini e crampi allo stomaco per avere i grattacieli ipermoderni della City sotto le scarpe e la vita appesa a un filo – letteralmente˗ nel bel mezzo della nebbia londinese. Trenta pound a testa per trenta minuti di panorama.

C’era una volta la ruota panoramica e poi c’era l’Italia, alla rincorsa. L’Italia piena di tegole e di merli, di colline e tangenziali; l’Italia con l’Adriatico e le Alpi, i centri storici e le vigne. L’Italia da lontano dev’essere ancora più bella da guardare. Sarà forse per questo che la ruota delle meraviglie ci è piaciuta così tanto da volerla importare, sarà per questo che stare sospesi immobili per ore nel blu

dipinto di blu, a noi è sembrata subito un’idea geniale. Perché vuoi mettere un selfie sopra la Mole Antonelliana? Con il Po sotto le ginocchia? Vuoi mettere la Madonnina vista dall’alto, tra piume di piccione e polveri sottili? Così, almeno a livello teorico, nel Belpaese l’idea della ruota panoramica è stata quasi meno osteggiata di quella di Starbucks, tanto che negli ultimi dieci anni si è rivelata un po’ l’araba fenice dei piani di valorizzazione territoriale, spuntando di volta in volta in seno alle più svariate amministrazioni.

Giusto per fare qualche esempio, dopo alcune fugaci apparizioni del progetto nella pionieristica Milano, sempre la prima della classe quando si tratta di fare il verso alle mode londinesi, nel 2011 la ruota è approdata a Venezia, sulle ali della fantasia di un’azienda olandese subito convogliata a nozze con una giunta visionaria che da tempo perseguiva il mito di una Disneyland lagunare. In posizione strategicamente defilata nella zona del Tronchetto, la Millennium Wheel in saòr avrebbe dovuto avere un altezza di circa 60 metri e sarebbe stata smontabile all’occorrenza, magari in caso di eccessiva incidenza dei fumi tossici di Porto Marghera.

Dopo essersi arenata sugli scogli delle leggi di tutela, nel 2014 la Venice Eye è tornata alla carica nei panni di Veniceland, un progetto di restyling della Giudecca tutto vicentino, che mirava a trasformare la Sacca di San Biagio (meglio nota in gergo come “Isola dee scoasse”) in un parco a tema sulla battaglia di Lepanto, con tanto di montagne russe e, appunto, ruota panoramica: una sorta di Coney Island marciana, proprio sulla riva opposta della Basilica. Nonostante sulle prime la Direzione dei Beni culturali abbia impostato la segreteria telefonica sul “momentaneamente assente” facendo temere il sogno che diventa realtà, ci ha pensato il FAI a risvegliare la Soprintendenza dal letargo con un no ben assestato, appena in tempo per dirottare il tutto pochi chilometri più a nord lungo il litorale.

E così all’aprirsi della stagione balneare la ruota panoramica ha trovato casa a Jesolo, località decisamente più in linea con il concetto di parco a tema e divertimento coatto/sostanze psicotrope. Nonostante le condizioni sembrassero ottimali, la struttura è stata a lungo chiacchierata perfino qui: democraticamente snobbata da autoctoni e turisti, per due anni è stata smontata e rimontata tra mille dubbi esistenziali per poi essere bloccata dalla Finanza l’estate scorsa, dopo un’indagine su presunti – e poi accertati – dipendenti irregolari.

Dal momento che il flop in terra veneta non sembrava ancora completo, la ruota non ha perso il suo smalto e ha provato ad attecchire anche a Verona, dov’è millantata almeno dal 2015 con l’ipotesi di installarla in piazza Maestri del Commercio, lungo la cinta di via Pallone, a far da cammeo alle mura scaligere; un’eco spettrale del progetto di copertura dell’Arena e del rocambolesco cimitero verticale. In ogni caso ancora oggi sembra non esserci nulla di certo: il bando è scaduto in un ginepraio di polemiche e la giunta al momento sta vagliando i progetti pervenuti, in vista, si dice, di una somministrazione indolore di quattro mesi.

Nel frattempo i lettori piemontesi non se la ridano sotto i baffi, perché in attesa di prendere possesso della città dell’amore, la Wonder Wheel ha tentato un attacco incrociato anche in terra sabauda, dritto al cuore di Torino. Forte di dispute intestine lunghe cinque anni, anche qui la ruota si è confermata un evergreen: dopo una prima comparsata nel 2011 nel ruolo di triste omaggio all’Unità d’Italia, si è riproposta in una veste di vetro e d’acciaio a braccetto dell’Expo per poi accusare il colpo del cambio di amministrazione; ma quando ormai la si dava per spacciata, eccola miracolosamente riesumata dalla giunta attuale, che ha in progetto di installarla al Valentino in una versione più sobria di 40 metri soltanto, tra il giardino roccioso e il Duca a cavallo.

Per finire, proprio mentre al Nord ognuno ha le sue ruote da pelare, ecco Pisa che sbaraglia tutti, e poco più di un mese fa approva il progetto di una ruota alta 56 metri, da installare in un parcheggio a 500 metri da Piazza dei Miracoli, con vista sulla torre più famosa del mondo. In questo caso sembra che la Soprintendenza abbia accolto la proposta a braccia aperte, come diversivo alla monotonia dello skyline medievale, forse sedotta dalla filosofia usa e getta che prevede il mega giocattolo in prova solo per qualche mese; ammesso con debito, si potrebbe dire. Insomma, nessuno provi a dire che in Italia le amministrazioni comunali mancano di creatività, o quanto meno di perseveranza. Da questa rassegna senza alcuna pretesa di esaustività e senza alcun valore storiografico, si potrà trarre almeno un insegnamento: prendete un privato fantasioso, un Comune in bolletta e un profilo urbanistico che non ha eguali, e in men che non si dica vedrete crescere una ruota.

6 Maggio 2017