Il MoMa di New York disseminato di opere di artisti che Trump non vorrebbe fare entrare. Da noi ai dipendenti è vietato persino parlare senza il vaglio del ministero

I musei pubblici mostrano la propria indipendenza intellettuale attaccando duramente le politiche del governo. Non è dell’Italia che sto parlando, ma dell’America di Trump. Basta andare nelle affollatissime sale del MoMA (Museum of Modern Art) di New York, per vedere a ogni angolo una protesta contro le discriminazioni alla frontiera lanciate dal neo-presidente

repubblicano. In ogni sala, accanto alle opere degli artisti più famosi, che attirano visitatori da tutto il mondo, la direzione del museo ha esposto un’opera di un artista che proviene dai Paesi ai cui cittadini Trump vuol negare l’ingresso negli Stati Uniti.

Chi va al MoMA in questi giorni vedrà accanto a Picasso un quadro del sudanese Ibrahim El-Salahi, accanto a Munch un dipinto dell’irachena Zaha Hadid (sì, proprio l’architetto del MAXXI, prematuramente scomparsa). La preziosa stanza con alcune opere di Umberto Boccioni ospita anche una scultura di Parviz Tanavoli, scultore iraniano che ha studiato a Brera; fra gli altri artisti iraniani, Shirana Shahbazi figura accanto a Marcel Duchamp, Charles Hossein Zenderondi vicino a Matisse, Tala Madani condivide una stanza con Mirò, Faranaz Pilaram fa compagnia a Jackson Pollock. Sotto ognuna di queste opere, sempre la stessa scritta: “Questa è l’opera di un artista che viene da una nazione ai cui cittadini, secondo un recente ordine esecutivo del Presidente, si vorrebbe negare l’accesso agli Stati Uniti. Come questa, numerose altre opere d’arte sono state installate in tutte le sale per affermare che gli ideali di accoglienza e libertà sono considerati vitali da questo Museo, e devono esserlo anche per gli Stati Uniti”.

In un simile spirito, la Biennale di arte americana del Whitney Museum, che quest’anno si tiene per la prima volta nella sua nuova sede del quartiere di Chelsea, ospita un gran numero di opere di dura critica al governo americano, e in particolare all’attuale Presidente. Per citarne solo una, Frances Stark occupa una vasta sala del museo con otto enormi tele che riproducono altrettante pagine di un libro di Ian Svenonius (cantante underground e leader di un comitato contro ogni autoritarismo). Il titolo del libro (e delle tele) è Censorship Now!, e invoca sarcasticamente l’immediata “censura” dei media che invocando la libertà di stampa si vendono al potere e all’ideologia neoliberista. “Siamo inondati, immersi, immolati notte e giorno dai detriti che il loro monopolio della libertà di parola ci rovescia addosso. È un monopolio del potere di cui godono i più egoisti, i più ricchi, e dunque i più grotteschi e i meno generosi. Non hanno freni, sono impazziti. Censuriamoli! (…) Censuriamo i politici! Anche se eletti, sono totalmente corrotti e si svendono ai più schifosi interessi di parte. Dobbiamo mettergli la museruola! (…) Come mai si consente all’industria di inquinare il mondo con tutto quello che gli viene in mente di offrirci a modello dato che controllano il mercato? Perché non poniamo un limite alle tecnologie che trasformano e degradano la Terra e la nostra esperienza?”. E così via. Il pamphlet di Svenonius è del 2015, ma Frances Stark lo riattualizza ingrandendone a dismisura le pagine, e arricchendole di sottolineature che è impossibile non leggere come altrettanti riferimenti all’amministrazione Trump.

Il museo, dunque, come luogo del dissenso e della protesta politica. Succede anche in Italia? C’è da dubitarne, visto che periodiche circolari e codici di comportamento invitano i funzionari dei musei pubblici a starsene zitti e buoni, parlando semmai solo per via gerarchica.

Storici dell’arte, archeologi, architetti che lavorano nei musei statali non possono nemmeno manifestare la propria opinione sulle riforme “a rate” del ministero in cui lavorano, a meno che “i contenuti siano preventivamente e obbligatoriamente vagliati dai Direttori generali competenti”, mentre “ogni iniziativa autonomamente presa in maniera difforme sarà ritenuta non consona e darà luogo ad azione disciplinare”. Negli scorsi anni si è fatto un gran parlare di autonomia dei musei (o almeno di quelli cosiddetti “principali”). Ma solo quando vedessimo nei nostri musei spuntare qualche spazio per la libera espressione del dissenso cominceremo a credere che per “autonomia” può intendersi, anche in Italia, prima di tutto la possibilità di pensare in proprio, e di dire quel che si pensa senza essere repressi dal Superiore Ministero.

 

Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2017