Raso al suolo dal sisma del ’76, fu ricostruito sulle sue stesse pietre. Un riscatto, oggi, da prendere a esempio

L’ELEZIONE di Venzone, in Friuli, a borgo più bello d’Italia è una potente iniezione di fiducia in noi stessi. Chi oggi ha meno di sessant’anni forse non sa che nel 1976 Venzone non esisteva più, raso al suolo da un terremoto. Dopo la terribile scossa del 6 maggio (che provocò 47 morti e gravi danni), ce ne fu una, fatale, il 15 settembre. Poteva essere la fine di Venzone: c’era chi proponeva di ricostruirlo altrove, in forma moderna. E già dopo il 6 maggio le ruspe avevano inflitto danni irreparabili alle macerie degli edifici storici.
Ma lo shock di settembre provocò una straordinaria mobilitazione, culturale e civile: si costituì

un Comitato di coordinamento per il recupero dei Beni culturali, e i cittadini chiesero di riavere Venzone «com’era e dov’era». E così fu: il sindaco requisì l’intero centro storico, che fu ricostruito come un unico organismo, un’unica opera pubblica. Il Duomo fu ritirato su con le sue stesse pietre, ricollocate ad una ad una, lasciando bene in vista i segni della devastazione.
Il libro che, meglio di ogni altro, racconta questa storia è “Le pietre dello scandalo”, scritto a più mani, uscito nel 1980 in una collana diretta da Corrado Stajano e nato «dalla convinzione, o dalla speranza, che il tentativo di salvare, per quanto era possibile, l’identità del Friuli distrutto dai terremoti del 1976, la lotta condotta per difendere da un’altra violenza, quella delle ruspe, beni che non andavano annientati, il lavoro fatto per impedire in particolare la cancellazione del centro storico di Venzone, svolto da un gruppo di volontari, possa servire come chiave di lettura non solo di quanto avviene nell’Italia dei terremoti, delle frane, delle alluvioni, della speculazione proterva, ma anche di quanto, in condizioni di “normalità”, dovrebbe essere cambiato per una reale salvaguardia del patrimonio storico-artistico italiano».
La scelta di Venzone come borgo più bello d’Italia dimostra oggi che non si trattava di un’utopia, ma di un progetto che potrebbe essere esteso a tutta l’Italia. Una lezione terribilmente attuale: visto che non decolla ancora, nel cratere dell’Italia centrale, la ricostruzione degli edifici storici.
A tutt’oggi i cantieri riguardano non più del 20 per cento di un patrimonio culturale che non riesce ad essere soccorso da «un ministero dei Beni culturali drammaticamente sprovvisto di mezzi e di persone. Al di là della facile propaganda e delle narrazioni rassicuranti, sono i crolli stessi degli edifici, uno dopo l’altro, a raccontare un’altra storia» (sono parole dello storico dell’arte Andrea De Marchi). I cittadini di Amatrice hanno scritto un’accorata lettera aperta in cui denunciano che «stiamo perdendo, come Italiani, un pezzo della nostra storia, stiamo perdendo un pezzo dell’Italia». Eppure sarebbe possibile salvarlo: facendo come a Venzone. Così che, tra quarant’anni, il borgo più bello d’Italia possa essere uno di quelli che oggi è raso al suolo. Non è impossibile, dipende solo da noi.

Repubblica, 18 Aprile 2017