(di Battista Sangineto)

I crolli, le rovine e le demolizioni dei manufatti degli uomini sono metafore potenti e molto precise della condizione in cui vivono le società e in Calabria accade di continuo che crollino o scompaiano -per incuria, per incapacità o per dolo- interi brandelli del nostro territorio, dei nostri paesaggi e, addirittura, delle nostre città storiche. Quando crolla, o addirittura viene demolito, un pezzo della propria città storica è come se ad ognuno di noi fosse tolto qualcosa di sé stesso, tutte le volte che accade è come se ognuno di noi perdesse un po’ di memoria, di quel che ha amato, come se venisse sradicata una piccola porzione del proprio io, quello individuale e quello collettivo. Eppure, a Cosenza, è avvenuto che nessun cittadino, con pochissime eccezioni, si sia lamentato pubblicamente delle demolizioni effettuate, dalla propria Amministrazione in carica, nel Centro storico della città.

Vorrei ricordare, a chi ancora non lo sapesse, che agli inizi di marzo 2017 sono stati rasi al suolo alcuni edifici storici lungo Corso Telesio, via Bombini, via Gaeta -ma anche in via Santa Lucia- solo perché erano pericolanti e perché non avevano, a giudizio dell’Amministrazione in carica, alcun pregio architettonico o storico-artistico, ma andavano demoliti perché comportavano rischi per l’incolumità delle persone. Il 19 ottobre 2016 veniva approvata una delibera che recitava: “Demolizione di opere per somma urgenza – Immobili siti in Cosenza – Centro Storico – Compresi tra Via Bombini, Via Gaeta e Corso Telesio”. L’importo totale dei lavori ammonta a 384.768,87 euro”. Una Amministrazione, dunque, che usa centinaia di migliaia di euro del suo bilancio per radere al suolo case e palazzi della città antica invece di utilizzarli per metterli in sicurezza, magari in attesa di finanziamenti più cospicui per restaurarli, se proprio non fossero bastati quasi 400mila euro. Del resto non credo che si possa invocare la motivazione dell’incolumità delle persone perché un intervento programmato dal 19 ottobre 2016, ma effettuato ben 5 mesi dopo, non può essere, è evidente a chicchessia, di “somma urgenza”

Per “somma urgenza”, dunque, sono stati rasi al suolo edifici di antica fondazione sotto ai quali è molto probabile che si possano trovare resti archeologici della “Consentia” prima bruzia e poi romana, come è già avvenuto con il ritrovamento di imponenti ambienti di un bagno pubblico romano -in vico S. Tommaso, nel palazzo in cui si trova l’Assessorato alla cultura del Comune-  a non più di 15 metri di distanza dalla demolizione effettuata con le ruspe in via Santa Lucia. Del resto, agli inizi del ‘900, l’archeologo cosentino Edoardo Galli, aveva trovato e segnalato la presenza di possenti muri romani proprio sotto Palazzo Cosentini che è adiacente agli edifici abbattuti fra Corso Telesio, via Bombini e via Gaeta. Per completare il quadro storico-urbanistico bisogna aggiungere che gli edifici abbattuti erano già descritti nel catasto murattiano, erano presenti nella cartografia del Catasto post-unitario datato 1873 e, per di più, da documenti d’archivio sappiamo che tutta quest’area è stata sede, almeno dal XVIII secolo, di botteghe artigianali.  Come è stato possibile strappare questo importante tassello della forma urbana di Cosenza, come è stato possibile asportare un brandello della sua storia bimillenaria? Come è stato possibile che lungo il medioevale Corso Telesio sia stata praticata una così larga e profonda ferita che non sarà più rimarginabile? Come è stato possibile demolire con la ruspa -senza neanche, per quel che ci è dato sapere, una delibera comunale- gli edifici in via Santa Lucia?

In qualità di professore aggregato di “Metodologia della ricerca archeologica” presso l’Università della Calabria, ma anche di cosentino, mi piacerebbe sapere se questa Amministrazione comunale ha chiesto l’autorizzazione per abbattere i suddetti edifici al Soprintendente, dottor Mario Pagano. L’Amministrazione di Cosenza avrebbe dovuto chiedere questa autorizzazione perché, ai sensi del D.Lgs. n. 42/2004, gli assi viari in un Centro antico -così come le cortine edilizie che vi si affacciano- sono di proprietà pubblica e di interesse storico e, pertanto, non possono essere soggette ad alcun lavoro senza autorizzazione da parte del Mibact. Mi piacerebbe sapere anche, dal Segretario regionale del Mibact dottor Patamia, se è stata convocata, per queste demolizioni, la “Commissione regionale per la tutela del patrimonio culturale” che, a causa della complessità e dell’antichità del tessuto urbano di Cosenza, è l’unico organismo, secondo il DPCM n. 171/2014, che avrebbe potuto autorizzare un così drastico e irreversibile intervento.

Mi piacerebbe capire anche, ma questo è un argomento più complesso, perché  -se si escludono poche e lodevoli eccezioni individuali- le opposizioni politiche (partiti) e sociali (sindacati), le associazioni (Fai, Unesco, Italia Nostra, ambientalisti etc.), gli ordini degli ingegneri, dei geologi, degli architetti e urbanisti e, in generale, i cosentini abbiano taciuto di fronte a questo scempio della nostra storia.

Cronache delle Calabrie, 8 Aprile 2017