Quando Nino Criscenti – un protagonista della storia della Rai: regista, giornalista e molte altre cose – mi propose di portare a teatro il rapporto tra Piero Calamandrei e il territorio italiano rimasi di sasso.

Un conto era provare a far lezione di storia dell’arte davanti ad una macchina da presa invece che di fronte ad un’aula piena di studenti: ma il teatro era davvero tutt’altra faccenda. Cosa c’entravo io con il teatro, un luogo così sacro da aver paura anche solo a pronunciarne il nome ad alta voce?

Poi cominciai a capire. Nino aveva visto che mi ero appassionato alla figura di Calamandrei, prendendola da un punto di vista meno consueto: il Piero che confesserà al figlio Franco che, se fosse stato libero dall’antico retaggio familiare, non avrebbe fatto il giurista, ma «lo storico dell’arte o l’archeologo». Il Piero che il 15 settembre del 1944 riapre, da rettore, l’Università di Firenze con un discorso tutto centrato sul valore civile della cultura, e soprattutto su quello del paesaggio e dell’arte: una specie di prova generale di quell’articolo 9 della Costituzione che pochi anni dopo sarà scritto da un’assemblea di cui proprio Calamandrei sarà un membro importante.

A Nino, invece, stava a cuore un altro Piero: meno ufficiale. Anzi, privatissimo. Quello che, tra il 1935 e lo scoppio della guerra, lasciava ogni domenica la Firenze fascista per cercare nel paesaggio e nei monumenti dell’Italia centrale «il vero volto della patria», per respirare «l’aria della libertà». Piero non partiva solo: i suoi amici si chiamavano Luigi Russo, Pietro Pancrazi, Nello Rosselli, Alessandro Levi, Guido Calogero, Attilio Momigliano, Ugo Enrico Paoli, talvolta Benedetto Croce, Adolfo Omodeo e in qualche occasione Franco Antonicelli e Leone Ginzburg. Era il vertice della cultura italiana: il meglio dell’Italia antifascista.

Ora, mi spiegava Nino, nell’Archivio Calamandrei – conservato nella Biblioteca Civica di Montepulciano – esiste un grande album, con le foto che Piero ha scattato durante quelle indimenticabili, struggenti gite. E quelle immagini si potevano ricucire alle parole che Piero aveva disseminato in lettere e scritti vari, e poi a quelle che, a partire dal primo aprile 1939, annota nel suo diario.

Cominciavo a capire: quell’unità si poteva ricomporre, nel tipico lavoro dello storico dell’arte. Certo, di uno storico dell’arte che non disdegni di ricordare che la sua disciplina è parte di una più vasta storia della cultura, e che quel groviglio ha un fondamentale valore civile. Politico, nel senso più alto e più nobile.

Ed è così che è nato questo spettacolo (non so bene se si possa chiamarlo così): dove io provo a ridar voce alle parole di Calamandrei, mentre sullo schermo appaiono le immagini che lui (o qualcuno dei suoi amici) bloccò per sempre. Così, passando per Tuscania e Urbino, per Cosa e per Certaldo, per il castello di Montegufoni e per Camaldoli,  per Vallombrosa o per Stia arriveremo alla Guerra: una corsa verso l’abisso che solo la musica avrebbe potuto rendere sostenibile. E così il clarinetto di Luca Cipriano, il violino di Francesco Peverini, il violoncello di Valeriano Taddeo e il piano di  Marco Scolastra alterneranno alle parole di Piero brani di  Casella, Castelnuovo-Tedesco, Hindemith, Messiaen, Ravel, Šostakovič e Stravinskij. La tragedia massima del Novecento europeo, ma anche la sua massima coscienza, e la sua arte, torneranno così a riempire un teatro. Un teatro, appunto: cioè un luogo che dalla Grecia antica fino a noi è civile non meno che artistico. È infatti altissima la tensione civile del discorso del settembre 1944: lì tutto quello che Calamandrei e i suoi amici avevano vissuto come una fuga privata, un ripiegamento melanconico nel paesaggio e nell’arte diventa invece discorso pubblico. Anzi, progetto di ricostruzione civile. Ora Piero  può raccontare delle nostre gite, raccontarle a tutti, alle autorità e soprattutto ai giovani, agli studenti: «Voi avete visto qual è stato, in tutta Italia, il prezzo di questa libertà. Io ricordo che negli anni pesanti e grigi nei quali si sentiva avvicinarsi la catastrofe, facevo parte di un gruppo di amici che, non potendo sopportare l’afa morale delle città piene di falso tripudio e di funebri adunate coatte, fuggivamo ogni domenica a respirare su per i monti l’aria della libertà, e consolarci tra noi coll’amicizia, a ricercare in questi profili di orizzonti familiari il vero volto della patria». Ed è proprio per ricostruire il tessuto della la vita civile – per costruire la dmeocrazia – che Piero sente di aver bisogno della forza, dei valori, della carica di futuro che aveva imparato a conoscere durante le sue gite nel cuore dell’Italia.

L’Italia ha ancora qualcosa da dire, si intitola il discorso del settembre 1944. L’Italia ha ancora qualcosa da fare, nel 2017: attuarlo, quell’articolo 9 della sua Costituzione: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Chissà che l’aria della libertà che appassionava Piero Calamandrei non ce ne faccia venire, finalmente, la voglia.

 

Repubblica – Firenze,  5 aprile 2017