Oggi il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini darà l’annuncio del salvataggio del Museo Ginori di Sesto Fiorentino. È un’ottima notizia, e siamo tutti grati al ministro, per essersi, alla fine, deciso.

Meglio tardi che mai, si può dire: visto che il Museo è chiuso da quasi tre anni, ed è in via di rapido disfacimento fisico. E mentre non trovava i due milioni e mezzo di euro che alla fine serviranno per comprarlo, il Mibact ne destinava molti altri a cose ben meno importanti e urgenti, o anzi dannose: basti citare i diciotto milioni e mezzo impegnati per rifare l’arena del Colosseo.

In ogni modo, l’importante è che oggi Franceschini consenta allo Stato (cioè a tutti noi) di spendere i nostri soldi (quelli delle nostre tasse) per salvare un bene importantissimo. Ed è una realtà di cui bisognerà prendere atto: nonostante la fluviale retorica del privato-che-salva-il-pubblico, nella Firenze del 2017 è il pubblico a salvare il privato. Già, perché il Museo Ginori è un museo privato. Di più: è il simbolo più alto dello spirito imprenditoriale fiorentino, perché raccoglie la storia materiale e culturale della manifattura Ginori, che nel 1737 fu un segno portentoso della capacità dell’aristocrazia fiorentina di guardare al futuro e di rischiare per costruirlo. Ed è singolare che né gli industriali né le grandi famiglie né le banche di Firenze siano riusciti a comprare un bene privato, a salvarlo, a rilanciarlo nel futuro. Di fronte alla paralisi di una intera classe dirigente, è dovuto intervenire il ‘babbo Stato’, azzerando proclami e autocelebrazioni. Appare dunque singolare che il ministro della Repubblica abbia scelto di dare questo annuncio nel corso di un pranzo privato, e non in un luogo istituzionale e pubblico (il municipio di Sesto, per esempio). Ma guardiamo al futuro. Scrivendo sulle pagine nazionali di questo giornale il 4 maggio 2016 proposi di «immaginare una fondazione di partecipazione che metta insieme Comune di Sesto, Regione Toscana, Ministero per i Beni Culturali, la Kering, un’associazione dei dipendenti della Ginori, e magari una cordata di antiquari in vena di generosità». Credo che questa strada sia ancora praticabile, e il Comune di Sesto è pronto ad entrarvi. Potrebbero farlo – e sarebbe un bel segnale – anche Confindustria (che offrirà fondi per finanziare il funzionamento del museo nel primo tempo), la Fondazione Cassa di Risparmio, che sosterrà il restauro, e gli Amici di Doccia, che tanto impegno hanno profuso per salvare il museo. Chi certamente lo farà sono i cittadini comuni, che in queste ore si stanno costituendo in un’associazione che inizierà a raccogliere denaro per poter essere il socio popolare di questa fondazione: sarà, credo, la prima mondiale di una comunità che si compra una parte di un museo. Lo fa perché vede in quel museo la propria identità: e vuole avere voce in capitolo sulla sua conduzione e sui suoi progetti. È qua che risorge lo spirito del fondatore di Doccia, Carlo Ginori: uno spirito capace di costruire il futuro con coraggio, grazie al suo amore per la storia e per la cultura. È singolare che né gli industriali né le banche siano riusciti a comprare un bene privato. Di fronte alla paralisi di una classe dirigente è dovuto intervenire il “babbo Stato”.

Repubblica – Firenze,  30 aprile 2017