«Confrontare l’opere con le scritture»: questa fulminante definizione del compito della storia dell’arte si deve a Raffaello. Ed è tuttora verissima: non comprendiamo le immagini senza la conoscenza della loro storia.

Nell’Italia di oggi, tuttavia, sembriamo pensarla al contrario. I nostri politici scrivono che quando la bellezza muore «al massimo può essere storia dell’arte, ma non suscita emozione». Così nella scuola l’«arte» e la «creatività» prendono il posto della storia dell’arte. E le biblioteche vengono ‘mangiate’ dalle immagini, dalle mostre, dagli eventi.

Il caso simbolo è quello della biblioteca di un grandissimo storico dell’arte, Giuliano Briganti.

Diciottomila volumi (alcuni rarissimi e preziosi) e cinquantamila fotografie che furono saggiamente acquistati dal Comune di Siena e destinati al grande complesso medioevale del Santa Maria della Scala. Era il primo stadio di un progetto ambizioso: qui dovevano arrivare anche i libri di altri storici dell’arte (Giovanni Previtali, Luciano Bellosi, magari anche quelli di Enzo Carli), qui doveva trasferirsi la Pinacoteca della città, qua anche il dipartimento di storia dell’arte: avremmo così avuto un centro di ricerca formidabile. Senza eguali in Italia: dove la storia dell’arte si riesce a studiare solo grazie a due grandi biblioteche tedesche (quelle del Kunshistorisches Institut Firenze e della Bibliotheca Hertziana a Roma). Purtroppo quel progetto è stato risucchiato dalla grande crisi (economica, ma prima politica e culturale) della città del Palio, e qualche giorno fa un avviso ha informato della chiusura al pubblico della Biblioteca Briganti «almeno per il mese di marzo 2017»: ma di fatto senza un giorno certo per la riapertura. Ufficialmente la colpa è di certi lavori di manutenzione, ma quel che moltissimi senesi dicono (rigorosamente ‘a microfoni spenti’) è che la biblioteca sarà portata via dalla Scala, e confluirà in quella Comunale, venendo smembrata. Perché? Il complesso della Scala è stato dato in gestione al gruppo Civita, che lo usa come un grande contenitore per mostre ed eventi: una destinazione per la quale una biblioteca non solo non serve, ma intralcia.

Il vento soffia in questa direzione. Nella non lontana Pisa la grande biblioteca della Sapienza (cioè dell’università, ma così importante da appartenere al Ministero per i Beni culturali) è chiusa da cinque anni, e ora i libri sono chiusi in casse, a Lucca: anche in questo caso furono all’inizio invocati danni all’edificio provocati dal terremoto dell’Emilia. Ma una vasta parte della importante comunità intellettuale pisana sostiene che il vero obiettivo era «sgombrare il palazzo della Sapienza dalla presenza di ospiti indesiderati: i libri» (Chiara Frugoni). Anche un’università può, dunque, scegliere di usare un palazzo storico come location di eventi, sfrattando gli strumenti della conoscenza. Una tendenza, ormai: nella stessa Pisa, la Domus Mazziniana era già stata svuotata dai libri, e ridotta a esposizione permanente di cimeli.

D’altra parte, il successo delle istituzioni culturali si misura ormai con i biglietti staccati. E in un’epoca in cui si paga anche per entrare in chiesa, le gratuite biblioteche appaiono irritanti, oltre che inutili.

A Torino, qualche tempo fa, la Fondazione Musei ridusse da cinque a due giorni l’apertura della biblioteca della Galleria d’Arte Moderna per recuperare risorse per le mostre: e furono  gli studenti a insorgere, mobilitando la rete e gli organi di stampa fino a riottenere l’accesso ai libri. Un bell’esempio di mobilitazione civile, che in questi giorni si replica nel profondo sud: a Cosenza, dove la gloriosa Biblioteca Civica non paga gli stipendi ai dipendenti da quattro mesi perché la Provincia è stata cassata dalla Legge Delrio, e la Regione non ritiene di dover subentrare nei pagamenti. E così, contro questo buco nero burocratico, un’associazione di cittadini ha lanciato un messaggio assai chiaro: «La Città di Cosenza non può affrontare il futuro senza la sua Biblioteca».

A Napoli – dove, sia detto per inciso, i 300.000 libri di Gerardo Marotta sono ancora chiusi in casse, in attesa che la politica mantenga le sue promesse ormai annose – la Biblioteca dei Girolamini (miracolosamente sopravvissuta a un devastante saccheggio) è stata conferita al Polo Museale invece che alla Biblioteca Nazionale: e i progetti che circolano immaginano la grande Sala Vico come un’attrazione museale, e non come un luogo di studio e ricerca.

La stessa cosa è successa a Modena, dove la gloriosa Biblioteca Estense è stata sottomessa alla direzione della Galleria: con il risultato che è stata chiusa una sala di consultazione per destinarla a ulteriore luogo espositivo, e che si pensa di smembrare le collezioni librarie storiche, portandone alcune fuori dell’edificio unico che accoglie libri e quadri. Aggiungiamo che, nel 2018, le tre bibliotecarie dell’Estense andranno simultaneamente in pensione: un problema che riguarda tutti i libri pubblici italiani, visto che nell’arco dei prossimi quattro anni «circa il 60% dei bibliotecari attualmente in organico lascerà il servizio», come ricordò l’anno scorso Giovanni Solimine dimettendosi dagli organi consultivi del Mibact.

Librò, il nuovo «esclusivo» bar della Biblioteca Nazionale di Roma, si autodefinisce «lo spazio ideale per tutti coloro che vogliono condividere emozioni e sogni», e vanta i suoi «arredi moderni, con inserti che richiamano una vera e propria biblioteca, come libri, manuali, enciclopedie». Tra un’emozione e un sogno, una mostra e un evento, dovremmo forse ricordarci che i libri non sono un arredo che possiamo spostare, imballare, smontare: senza le biblioteche, non solo i musei e le mostre, ma perfino i sogni e le emozioni, diventeranno presto incomprensibili.

 

Repubblica, 30 marzo 2017