Una delle novità di maggiore impatto della riforma Franceschini è costituita dalla creazione dei musei indipendenti, con l’apporto di nuovi direttori – selezionati tramite concorso pubblico (valutazione dei titoli e colloquio) e coadiuvati da un consiglio di amministrazione e da un comitato scientifico. La lista dei musei è destinata a crescere, in quanto il ministero ha di recente aggiunto all’elenco altri siti, in precedenza compresi nell’ambito di competenza dei poli museali o delle soprintendenze.

E’ trascorso più di un anno dall’entrata in vigore del Decreto del 23 gennaio 2016 sulla riorganizzazione del Mibact, che ha generato nuove entità, svincolando i cosiddetti “musei di rilevanza nazionale” e i poli museali dall’amministrazione delle soprintendenze territoriali.

L’operazione è stata presentata all’opinione pubblica come l’occasione per essere finalmente al passo con i principali musei europei, dotando gli istituti statali italiani di autonomia finanziaria e gestionale, secondo un’ottica manageriale e “internazionale”.
L’entrata in vigore dell’apertura gratuita ogni prima domenica del mese ha generato afflussi ingenti di visitatori, con un conseguente incremento degli ingressi, pubblicizzato come risultato straordinario della riforma. L’obiettivo di accumulare ricchezza materiale – insito nel verbo governativo – ha condizionato la politica di gestione dei musei autonomi, creando alcuni paradossi: l’assunzione prevalente del format della mostra-spettacolo per attrarre visitatori, l’incremento delle aperture “eccezionali” a tariffa agevolata, l’aumento delle iniziative di intrattenimento e della concessione d’uso ai privati, l’investimento nella comunicazione mediatica come formula privilegiata di visibilità del museo.
I direttori dei poli museali che non possono permettersi di contare sui grandi numeri delle città turistiche – e pertanto sulla facoltà di guadagnare denaro con gli introiti derivanti dai biglietti – vivono nell’ansia di coprire le spese ordinarie di mantenimento e manutenzione dei musei. Per sopravvivere, taluni hanno pertanto scelto di incrementare le concessioni d’uso ai privati, demandando sempre di più l’offerta culturale a eventi che nulla hanno a che fare con il profilo scientifico, la storia e le collezioni dei musei. Ciò significa trasformarli in contenitori e non considerare prioritario l’investimento nell’attività scientifica e nell’autentica valorizzazione dei beni culturali (ad esempio: aggiornamento dei cataloghi scientifici dei musei; studio, restauro ed esposizioni tematiche delle opere conservate nei depositi). Questa perenne rincorsa al profitto economico, di matrice consumistica, ha generato una disattenzione verso il patrimonio nazionale inteso come risorsa per l’arricchimento culturale e la crescita dell’individuo, con rilevanti squilibri nella gestione dei servizi pubblici, che spesso non sono più quotidianamente garantiti alla cittadinanza, anche a causa della grave carenza di personale.
La separazione dei musei dal territorio ha snaturato l’essenza stessa dei musei, le cui collezioni si radicano nella storia della città e nel contesto di appartenenza: pensiamo, in primo luogo, al patrimonio ecclesiastico proveniente da monasteri e corporazioni soppresse, o a quello archeologico rinvenuto durante campagne di scavo o strettamente legato alle città o alle necropoli tuttora esistenti.
Se davvero “L’arte ci somiglia”, come recita un’accattivante campagna di comunicazione del ministero, il cittadino dovrebbe essere in grado di rintracciare qualcosa di familiare nelle opere d’arte quando visita un museo e una città: non si tratta di trovare somiglianze con i capolavori di bellezza femminile o maschile, quanto piuttosto di individuare segni del nostro vissuto e della nostra storia.
“L’arte ci somiglia” quando possiamo riconoscere il significato di un quadro, di una scultura, di un oggetto d’arte, leggere l’iconografia, ritrovare il luogo per il quale l’opera è stata realizzata, comprendere le istanze dell’epoca, il contesto di appartenenza, l’attività dell’artista, imparare a distinguere la tecnica esecutiva.
Il museo d’arte antica, come quello d’arte contemporanea, non può essere solo il luogo cristallizzato di una memoria del passato o di un’emozione effimera, né il contenitore di una serie di capolavori allestiti ordinatamente nelle stanze o posti in sequenze a interagire in maniera creativa tra di loro. Il museo pubblico dovrebbe essere un luogo vivo, dove il visitatore “viaggia” e instaura un rapporto con l’ambiente e le opere, avendo a disposizione strumenti conoscitivi per “leggere” un allestimento, una didascalia, una fotografia storica, un percorso cronologico, tematico o di altro genere. I servizi educativi del ministero possono fare la differenza in questo senso, a costo zero: visite guidate e percorsi tematici – per bambini e per adulti – sono indispensabili per avvicinare lo spettatore all’opera d’arte, attraverso un rapporto di interazione con il personale del museo che effettua l’accoglienza e la didattica. Sarebbe questa l’interpretazione corretta di servizio pubblico inteso come servizio “essenziale”, e non l’apertura a orario illimitato o la super offerta.
Rendere davvero accessibile il patrimonio pubblico significa costruire un rapporto fiduciario con il visitatore, incentivato a ritornare. Anche il soggetto più difficile con cui interagire, come l’adolescente, può diventare un potenziale fruitore del museo, mediante l’accordo preventivo e la collaborazione con gli insegnanti e gli educatori per intervenire sull’offerta formativa.
L’ingresso a diversi siti culturali dello stato costa meno di un pacchetto di sigarette e spesso è meno dispendioso della visita alle mostre temporanee. Quanti visitatori ne sono consapevoli?
*Mibact, Funzione Pubblica CGIL Beni Culturali Veneto