NEL gennaio 2014 il danno fu decisamente più grave: allora ad andarsene furono trenta metri delle mura medioevali di Volterra, quelle che i cittadini avevano difeso perfino dai nazisti.
Anche allora la causa scatenante fu un temporale. Ma, allora come oggi, la causa prima del lento disfarsi del nostro patrimonio culturale non è naturale: ma antropica, politica, culturale.

I finanziamenti per la verifica del muro esterno della Villa di Poggio a Caiano erano stati chiesti sia per il 2016 che per il 2017.
E non erano stati concessi perché i fondi per la manutenzione ordinaria sono drammaticamente pochi, e perché non c’era un’urgenza. Così, aspettando l’urgenza, si è verificato un danno che non solo è in sé irreversibile (nessuno potrà restituirci quel pezzo di tessuto vivo del nostro territorio), ma la cui riparazione costerà una somma assai maggiore di quella che non si trovava per la manutenzione, senza contare i danni ai privati (le automobili schiacciate). E senza contare il rischio che si è corso per l’incolumità delle persone. La lezione è sempre la stessa, ed è sempre inascoltata. Nessuna parte del nostro patrimonio – dal più umile muro ottocentesco di campagna fino alla Cupola di Brunelleschi – si conserva da sola. Se lo abbiamo ancora con noi è perché una catena di occhi e di mani se ne è presa cura, lungo i secoli. Investendoci denaro e lavoro. E, prima, attenzione e amore?
Ma allora, se lo sappiamo benissimo, perché abbiamo smesso di fare quella manutenzione che non a caso si chiama conservazione programmata? Semplice: perché la manutenzione è appunto ordinaria, e dunque in qualche modo grigia ed umile.
E nessun politico vuole legare ad essa la propria fama. Tutti preferiscono inaugurare, tagliare nastri, costruire.
Prendiamo l’ultimo grande stanziamento per il patrimonio, il famoso miliardo di euro concesso dal governo Renzi il primo maggio del 2016.
Ebbene, innanzitutto era un una tantum: esattamente il contrario di quel flusso continuo di fondi ordinari che serve all’ordinaria manutenzione. E poi ben 850 milioni erano destinati ai «grandi attrattori turistici», e i restanti 150 milioni avrebbero dovuto essere ripartiti tra i ‘piccoli’ monumenti secondo la graduatoria dei ‘voti da casa’ (in stile Sanremo) che dovevano essere
inoltrati all’incredibile indirizzo mail bellezza@governo.it. Ora, non solo il risultato di quella lunare votazione non è mai stato reso noto, ma soprattutto chi mai avrebbe votato per il muro della Villa di Poggio a Caiano? Gli unici strumenti capaci di salvare questo tessuto connettivo del territorio sono la competenza e la dedizione del personale delle soprintendenze: che, però, sono state scientificamente massacrate dal medesimo governo, a causa di un pregiudizio ideologico.
E dunque, o cambiamo il nostro modo di pensare, di governare e di spendere, o sarà prudente non parcheggiare (e non camminare) lungo i monumenti.

Repubblica – Firenze, 8 Marzo 2017