Per la Libertà delle Soprintendenze.

Che la questione dello stadio per la Roma sia tutt’altro che conclusa e risolta lo dimostra un articolo a firma di Sergio Rizzo sulle pagine del Corriere della Sera del 1 Marzo 2017 intitolato: “Lo stadio e la commedia delle carte. La Soprintendenza: tutelate le rane”. Il titolo parla da solo

e la posizione del noto giornalista appare indiscutibilmente contro la Soprintendenza di Roma e quindi anche contro la decisione di quest’ultima di avviare l’iter [percorso] per l’imposizione del vincolo sulle strutture principali costituenti l’ippodromo di Tor di Valle destinate ad essere distrutte per la costruzione dello stadio. Di fatto, secondo lo stile Las Vegas delle più rutilanti performance del Divino Otelma, si fa apparire molto discutibile il comportamento della Soprintendenza della quale si ride a causa della tutela delle rane. Ciò facendo però si nasconde in effetti «il dietro le quinte» ovvero il delegittimare un ben più importante parere, quello di tutela delle tribune. Se la Soprintendenza indica la Luna può anche capitare che qualcuno guardi il dito. La nostra fortuna è di appartenere ad una categoria, quella degli studiosi di Storia, per i quali l’autorevolezza indotta dell’ipse dixit [Egli ha detto] ha valore nullo sempre; a maggior ragione non esiste quella dedotta. Il fatto che S. Rizzo, in sostanza, sia stato l’autore di importanti inchieste, anche condivisibili, non ci mette nella condizione di considerare tutto ciò che esce dalla sua penna (anche quando pubblicato su una prestigiosa testata nazionale) come oro liquido, una sorta di vangelo.

Il prestigio del pulpito (il Corriere) dal quale avviene quello che sembra un sermone e l’attenzione del titolo alle rane amplificano di fatto il racconto fino ai toni di quel passo della Bibbia che descrive una delle celebri piaghe: “Aronne stese la mano sulle acque d’Egitto e le rane uscirono e coprirono il paese”. Quelle righe giornalistiche potrebbero anche apparire credibili se solo non le si leggesse fino all’ultima allorquando solo il grande Totò, restituendo il reale stato della scena, avrebbe esclamato: “Ma che piaga d’Egitto! E piaga d’Egitto!”. Non siamo infatti nel paese dei faraoni ma nella più nostrana Italia e le rane poco c’entrano in realtà. La piaga invece c’è tutta ed è quella del «chiunque deve fare il mestiere degli altri» e ciò perché viviamo in un paese, il nostro, dove esistono sessanta milioni di arbitri ed allenatori quando gioca la Nazionale di calcio e quello in cui il Bar dello Sport è sempre aperto. Chi leggesse quell’articolo sarebbe indotto a pensare che l’autore non sia un architetto, né paesaggista, né un ingegnere, né un archeologo, né uno storico dell’arte, o dell’architettura moderna e contemporanea; stenterebbe inoltre a credere che si sia mai cimentato in un’analisi strutturale o che abbia letto anche solo uno dei più compendiosi volumi di storia dell’architettura; di certo potrebbe dire però che ama poco gli anfibi. Fatto sta che il polveroso studioso con il vizio della ricerca quotidiana non in salotti ma in archivi, biblioteche e luoghi del genere, ne rimarrebbe deluso perché scoprirebbe che S. Rizzo è un laureato in architettura. Non sappiamo però se egli pratichi l’architettura ogni giorno e se si occupi di ricerca di storia dell’architettura quotidianamente né se sia un architetto prestato al giornalismo o il contrario. Certo è che i titoli delle sue pubblicazioni (almeno quelle che si è riusciti a trovare) lascerebbero propendere per la seconda ipotesi. Questa certezza fa il paio inoltre con un’altra ancora più importante: la scelta della Soprintendenza di Roma di avviare quell’iter si fonda sul parere addirittura di ben quattro, dico quattro, comitati tecnico-scientifici ministeriali ma ciò non è ricordato nell’articolo. La piaga, anzi l’immaturità del nostro Paese, forse è proprio quindi in questo voler fare ad ogni costo il mestiere degli altri con la presunzione, verrebbe da dire, di svolgerlo meglio degli altri inclusi gli esperti ovvero coloro che fanno sempre e solo quello.

Ai tanti che in questi giorni stanno riempiendo le pagine dei giornali non chiediamo di conoscere la differenza fra una base attica della madrepatria greca e la medesima realizzata nelle colonie, no, non chiediamo di “conoscere” argomenti così specifici. Chiediamo, invece, a chiunque voglia giudicare l’operato della Soprintendenza di Roma (ma questo vale per tutte le altre naturalmente), di ricordare che fra il Maggio del 2014 (quando è stato presentato il primo progetto dello stadio) ed il Settembre del 2016 (quando si è cominciato a discutere il progetto definitivo) in quell’ufficio si sono succeduti ben cinque, dico cinque, soprintendenti; si dovrebbe far sapere che i necessari, dico necessari, sopralluoghi non sono obbligatori ed in ogni caso non sono rimborsati ai funzionari che li eseguono (come dire che il comandante di una stazione dei carabinieri debba pagare di tasca propria il carburante per inseguire ed acciuffare i ladri); si dovrebbe far sapere infine che nella soprintendenza di Roma il fotografo (fondamentale per documentare i sopralluoghi e non solo), andato in pensione tempo fa, non è stato ancora sostituito. Riportare o meno questi “dettagli” è ciò che fa la differenza fra il raccontare la Storia e il costruire storie. Perché non si dirigono gli strali contro Dario Franceschini ministro a capo del MIBACT da cui dipende la Soprintendenza di Roma? Tutto ciò non è da paese civile ma d’altro canto Pasquino (una delle più famose statue parlanti di Roma) ed il Tevere (che se potesse parlerebbe pure lui tanto avrebbe da dire) ne hanno sentite di simili storie fra cui anche quella di un imperatore romano che nominò senatore il proprio cavallo. E non è detto che la storia non si ripeta.
Per chi non lo avesse ancora compreso qui è a rischio la libertà delle Soprintendenze, oggi quella di Roma, domani quella di un’altra. Sarebbe perciò auspicabile che tutti, dai funzionari ai dirigenti fino soprattutto ai soprintendenti, esprimessero pubblicamente e con determinazione la loro solidarietà alla Soprintendenza di Roma. In ogni caso, a breve, il posto di soprintendente della capitale sarà vacante; sembra giusto proporre al ministro D. Franceschini il nome di Sergio Rizzo.