Il pre-fallimento del Met sirena d’allarme. Crescono invece i visitatori dei Musei londinesi, gratuiti, e quindi i turisti a Londra
Dedicato a Matteo Renzi e a Dario Franceschini i quali puntavano e puntano a trasformare i nostri musei in “macchine da soldi”. Il più grande Museo americano era già passivo per un 50 % circa del suo bilancio (come il Louvre del resto). Ma, come racconta Massimo Gaggi, sul “Corriere della Sera” del 2 marzo, la frenesia del suo direttore di intraprendere nuove iniziative di ogni genere gli ha fatto accumulare un passivo molto allarmante, sui 40 milioni di dollari. Si dirà: ma Campbell non era un manager, perché lo sono forse i direttore stranieri reclutati per gli Uffizi, Brera o l’area di Paestum? In realtà il pre-fallimento del Metropolitan Museum of NY e le difficoltà crescenti del Moma sono autentiche sirene d’allarme per quanti si illudono, da provinciali, di “fare profitti” coi musei italiani.

Si dà il caso che nelle classifiche mondiali il Met, con circa 6 milioni di visitatori, sia scivolato al 4° posto dopo il Louvre (peraltro in calo per il terrorismo islamico che ha allontanato un 20 % di turisti), dopo il British Museum e la stessa National Gallery di Londra dove l’ingresso è gratuito. Fra i primi dieci anche un altro Museo londinese, la Modern Tate Gallery anch’essa ad ingresso gratuito. La scelta di una gratuità generalizzata venne operata dal governo laburista di Tony Blair anche per incrementare – come è puntualmente avvenuto – i visitatori, inglesi e stranieri, e quindi il turismo culturale a Londra.  (VE)

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(di Massimo Gaggi)

Un deficit di (almeno) 40 milioni di dollari: ieri le dimissioni di Thomas Campbell, direttore e amministratore delegato del più grande museo d’America

Quante volte i musei italiani sono stati criticati per la loro arretratezza, la burocrazia, la mancanza di dinamismo imprenditoriale che impedisce loro di diventare attraenti e fruibili come tante istituzioni straniere, a cominciare dai grandi musei americani? Bè, il più grande e celebrato museo d’America, il Metropolitan di New York, versa in uno stato prefallimentare e ieri ha costretto alle dimissioni il suo direttore e amministratore delegato: il 54 enne Thomas
Campbell che nel 2008 aveva ereditato la guida di questo grande centro culturale dal leggendario Philippe de Montebello che fu al timone del Metropolitan per ben 31 anni.
Con Campbell, ex curatore dell’area arazzi e tappeti ma privo di competenze amministrative, il museo ha lanciato molte iniziative brillanti e ospitato esibizioni di grande successo, espandendo gradualmente la platea dei visitatori fino agli attuali 7 milioni l’anno. Abbagliato dal successo, però, il direttore si è impegnato in una serie di progetti molto costosi, non basati su realistici piani finanziari. «Troppo e troppo in fretta» dicono, oggi, i suoi critici: dalla creazione di un dipartimento digitale all’idea di surclassare Moma e Whitney sull’arte moderna e contemporanea.
Campbell si è tuffato nelle nuove avventure, seguito dal suo «board», nonostante gli avvertimenti ricevuti. Ad esempio quelli di Hamilton James, il direttore del gigante finanziario Blackstone, che, entrato in consiglio d’amministrazine nel 2010, aveva ben presto fatto presente che la dinamica della crescita delle spese era troppo rapida rispetto ai ricavi. Inascoltato fino a poco tempo fa. All’inizio di quest’anno il Metropolitan ha scoperto all’improvviso un deficit di bilancio di almeno 40 milioni: per tappare i buchi il museo ha deciso di ridurre da 60 a 40 le esibizioni temporanee ospitate ogni anno, ha messo alla porta 90 dei suoi 2200 dipendenti e ha rinviato a data da destinarsi la realizzazione di una nuova ala da 600 milioni di dollari.
Gli errori del direttore-manager e la «distrazione» dei «trustees» che non hanno sorvegliato nulla tolgono alla validità del modello organizzativo dei musei Usa. Nel quale, però, qualcosa sembra essersi rotto o, almeno, incrinato, a giudicare dalle difficoltà di altre isituzioni newyorkesi: lo stesso Moma, il Brooklyn Museum e la New York Philarmonic. Ma ci sono musei in difficoltà anche a Los Angeles. Ovunque il problema è lo stesso: strutture splendide ma dispendiose, programmi ambiziosi, crescita dei costi troppo rapida, mentre le entrate ristagnano: i proventi dei biglietti non crescono più e i negozi dei musei non tirano come un tempo.
Il Metropolitan non ha ancora rimpiazzato Campbell: si prende una pausa di riflessione. I candidati non mancano, da Glenn Lowry del Moma a Michael Govan, direttore del Los Angeles Country Museum. Ma vengono, appunto, da istituzioni che hanno anch’esse i loro problemi. Alla fine potrebbe spuntarla il direttore amministrativo Daniel Weiss, entrato in carica nel 2015, che ha subito identificato i problemi di bilancio e predisposto i primi interventi-tampone.
Corriere della Sera, 2 marzo 2017

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Londra si è confermata comunque capitale della cultura anche per il 2014, con quattro istituti tra i primi dieci, in prima fila il British Museum con 6,6 milioni, seguito dalla National Gallery (che scavalca il Met di New York) con 6,4. Nei primi dieci anche la Tate Modern, che con 5,7 milioni di visitatori sale dal settimo al sesto posto in classifica, e infine il Natural History Museum. Tutti gratuiti (fatte salve le mostre, ovviamente). Di recente la presidente di Confculture, Patrizia Asproni, strenua sostenitrice della “redditività” dei musei ha criticato la gratuità dei Musei londinesi affermando che “in Gran Bretagna però sta chiudendo una serie di piccoli musei”. Può darsi, però la realtà dei maggiori musei britannici e soprattutto del turismo culturale in netta ascesa a Londra parla un altro linguaggio. (ndr)