La vicenda che riguarda la chiusura della sala lettura della Biblioteca Estense è una metafora straordinaria del destino del patrimonio culturale – materiale ed immateriale – nella società italiana contemporanea.

La recente riforma Franceschini, che ha imposto l’organizzazione dei Poli Museali e l’accorpamento delle Soprintendenze, è costruita sull’idea – peraltro sviluppata chiaramente anche nella Buona Scuola – secondo cui il nostro Paese potrebbe diventare un brand spendibile

sul palcoscenico internazionale, utile dunque ad attirare visitatori e, soprattutto, denaro. Contemporaneamente, ci si è preoccupati di costruire una narrazione vuota – ma efficace – sulla “bellezza”, che nulla ha a che vedere con la crescita morale e culturale dei cittadini, spesso destinati ad essere spettatori paganti di una fabbrica di eventi e di location. Questa ossessione per lo storytelling trasforma tutto in puro intrattenimento; così, il mantra delle metafore “petrolifere” colonizza il discorso pubblico, giustificando mostre blockbuster, volgari sponsorizzazioni spacciate per mecenatismo, iniziative prive di ogni reale fondamento scientifico – dai titoli perfino inquietanti, come Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento – e proposte di project financing.

È in questo orizzonte di pensiero che sembrano collocarsi le dichiarazioni di Martina Bagnoli, dal 2015 Direttrice delle Gallerie Estensi, intervistata lo scorso 22 febbraio da Vivo Modena. Rispondendo alle critiche mosse dai Rappresentanti degli studenti dell’Università di Modena e Reggio in merito alla chiusura della sala lettura della Biblioteca Estense, la Dottoressa Bagnoli ha affermato che i costi di gestione degli ambienti adibiti alla consultazione sono insostenibili e che gli accessi sono pochissimi, pertanto “lo spazio della sala lettura potrà essere usato in maniera più produttiva per altri scopi (…) per esempio esposizioni temporanee, per creare una sorta di vetrina del nostro complesso e invogliare la città a venire a studiare e a usare le nostre risorse (…) bisogna mettere in moto operazioni che comportano investimenti, transizioni”.

Se la sala lettura è poco frequentata, perché non tentare di promuovere attività di formazione sulla consultazione delle risorse bibliografiche? Perché non organizzare conferenze e dibattiti assieme ad altre realtà del territorio? È proprio indispensabile ridurre ulteriormente quegli oramai rari spazi in cui un cittadino non si sente consumatore? Le due sale temporaneamente adibite alla consultazione rimarranno disponibili anche in futuro?

Riflettendo su un tema così delicato, mi torna in mente uno di quegli aneddoti che i bibliotecari “resistenti” di Modena amano raccontare ancora oggi. Nel 1923 Giovanni Treccani si trovava ad un’asta a Parigi. Fra i vari lotti che andarono all’incanto, il padre dell’Enciclopedia Italiana riconobbe la Bibbia di Borso d’Este, lo straordinario manoscritto miniato – opera di Taddeo Crivelli, realizzato a metà del XV – di cui non si sapeva più nulla da oltre sessant’anni. Treccani contattò le burocrazie ministeriali del Regno pensando di coinvolgerle nell’acquisto. Ma non ci fu nulla da fare, pare che anche allora certi capitoli di spesa fossero condannati a perire sotto la scure dei tagli lineari. Il futuro senatore sborsò quindi di tasca propria cinque milioni di lire, affinché i due preziosi volumi non finissero oltreoceano, lontano dall’Italia. In seguito, Treccani donò il manoscritto alla Biblioteca Estense e ne finanziò una copia anastatica.

Oggi la Bibbia di Borso d’Este riposa a Modena, dopo quasi sei secoli ha ancora parecchio da raccontare sul contesto storico, artistico e letterario in cui è stata realizzata: è una miniera di arti e di saperi, un patrimonio di tutte le cittadine e di tutti i cittadini italiani e del mondo. Non possiamo sapere cosa penserebbe Giovanni Treccani del concetto di “vetrina” (commerciale) associato ad una biblioteca, uno dei luoghi in cui – almeno in teoria – “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Quel che pare certo, è che non spenderebbe una lira in favore di una mostra sui notturni da  Tutankhamon a Van Gogh.

 

2 Marzo 2017