Vorrei rimarcare il sempre più basso livello toccato da certa stampa romana in particolare dal “Messaggero” maneggiato da anni, da quando Franco Gaetano Caltagirone ne è diventato proprietario, come una minaccia ogni volta che entrano in gioco grandi (e non solo grandi) questioni urbanistiche. Il suo direttore, Virman Cusenza, ha dedicato il 24 scorso ad Antonio Cederna e al “cedernismo”, alla politica di tutela territoriale e storica in generale, un editoriale veramente desolante per pochezza culturale e per interessata faziosità. Forse è bene rileggerlo e tenerlo a mente.

“Sono queste alcune delle ragioni- scrive il direttore Virman Cusenza – per cui il Messaggero, nel corso di questo dibattito, ha fatto sentire con nettezza la sua voce critica (nota bene, nei confronti del nuovo Stadio promosso da un concorrente di Franco Gaetano Caltagirone proprietario del giornale, e cioè Luca Parnasi ndr). La nostra cultura liberale ci vieta, quasi per statuto, di essere contrari all’innovazione.

Altrimenti non avremmo scomodato Cavour all’inizio di questo scritto. Questo giornale ha condotto battaglie contro le clientele in tutti i settori, proprio a riprova della sua vocazione a dare ossigeno e valori forti alla Capitale. Roma in questi decenni ha gravemente sofferto di un deficit di innovazione. La causa madre di questo ritardo, che ha messo la città in posizione di clamoroso svantaggio rispetto alle altre metropoli europee, si chiama «cedernismo».
Un’espressione intimamente connessa alla parola declino. Il cedernismo – dal nome dell’urbanista e ambientalista Antonio Cederna, dominus di una lunga stagione all’insegna della concezione immobile e pietrificata della storia di Roma – è un impasto di conservatorismo ideologico, di decrescita infelice e di anticapitalismo mascherato da ecologismo. Questa cultura sprezzante dei bisogni di modernità, mobilità e vivibilità ha dato alle Soprintendenze la copertura ideologica per agire come centrali di veti ai danni di Roma. L’ultimo esempio è arrivato proprio con il vincolo posto sulle tribune dell’ippodromo di Tor di Valle (incomprensibile tutela a un bene insignificante) che viene indicato, dai fautori del no, come una delle ragioni – anzi come la ragione stringente – per non fare lo stadio in quell’area. Ma ci sono altre e ben più fondate ragioni – come vedremo – per smontare alla radice la natura di questo progetto.”

Ovviamente al direttore del “Messaggero” non importa nulla del fatto che le battaglie di Cederna a difesa dell’Appia Antica abbiano avuto nel tempo successo salvando quello straordinario parco archeologico e naturalistico. Anzi gli secca un bel po’. Lui vuol dare a Roma “forti valori”, probabilmente immobiliari. Come gli secca che l’azione instancabile di Antonio abbia salvato tante parti minacciate del centro storico che concorrono pure al suo grande successo turistico presso gli stranieri. Chissà di quali “innovazioni” sarebbero stati capaci i vari Caltagirone nel cuore di Roma antica.

Egli, con sommo sprezzo del ridicolo, si spinge ad affermare che la grande battaglia combattuta (e ahimè persa) da Antonio oltre mezzo secolo fa contro il mastodonte dell’Hotel Hilton sulla collina di Monte Mario abbia poi scoraggiato la costruzione o la creazione di altri complessi alberghieri di prima categoria nella capitale.

“All’insegna dell’affermazione di potere di queste Soprintendenze, di cui si dovrebbe procedere a una radicale riforma”, prosegue infatti Cusenza, “Il «cedernismo» di cui stiamo parlando ha provocato a Roma quei danni irreparabili, legati per esempio alla lontana ma purtroppo ancora attualissima polemica sull’hotel Hilton a Monte Mario. Di quell’approccio ancora oggi paghiamo i segni nel vedere come i turisti a Roma non trovino alberghi all’altezza della concorrenza internazionale. Tutto è stato ingessato”. Grottesco. Non so quanti fossero mezzo secolo fa gli Hotel a 5 stelle e 5 stelle lusso, ben pochi credo, so che soltanto nel dodicennio 2003-2015 essi sono aumentati da 19 a 35 (+ 84 %) e da 6800 a 9200 i loro posti letto (+ 35-36 %). Mi pare che i posti non manchino.

Quando Antonio Cederna, al quale tutta l’Italia civile e avanzata dirà grazie per sempre per i suoi instancabili, illuminati contributi, essi sì “moderni” e innovativi, apprezzati dagli studiosi di tutto il mondo, si spense, nell’agosto del 1996, l’allora direttore del Messaggero Pietro Calabrese mi commissionò una intera pagina di ricordo. Il quotidiano era già passato nelle mani di Caltagirone e  Calabrese ebbe i suoi guai.

Vorrei anche ricordare che ai tempi dei Perrone, con Giulio Tirincanti e con Matteo De Monte, il quotidiano di via del Tritone si comportò in modo decisamente corretto nei confronti di Cederna e di Italia Nostra. Nell’80 (il quotidiano era passato a Montedison) io trovai già fra i collaboratori l’allora pretore Gianfranco Amendola, che ebbe sempre un ruolo di primo piano, e potei chiamare, fra gli altri, Italo Insolera, Vezio De Lucia, Antonio Pinelli, Franco Ferrarotti, avendo subito assunto da “Paese Sera” quale redattore per le questioni urbanistiche romane (di cui mi ero occupato molto io, oltre ad Eugenio Malgeri) l’ottimo Alfonso Testa. Tanto da ricevere quale direttore da Giorgio Bassani il Premio Zanotti Bianco 1984. Questo per ricordare, sobriamente, a tutti che non è sempre andata così meschino, così miserevole. Con un fervido saluto

Roma, 27 febbraio 2017