La povertà accorcia la vita. Il lavoro pesante, non tutelato, degradato, accorcia la vita. La disoccupazione accorcia la vita. La precarietà accorcia la vita! Sono dati di fatto (“evidenze empiriche” come si dice in scienze sociali), rimasti però a lungo tabù.

Nel periodo in cui presiedetti la Commissione d’indagine sull ’esclusione sociale – la cosiddetta “Commissione povertà” presso il Ministero delle politiche sociali –inserimmo nella struttura del nostro Rapporto annuale un capitolo su Povertà e Salute, affidato all’epidemiologo Giuseppe Costa, una delle massime autorità in materia. Si apriva con queste parole: “Viviamo in una società stratificata, dove le persone più ricche di risorse stanno meglio, si ammalano di meno e vivono più a lungo”.

Era il 2007, e la cosa suscitò una certa curiosità, oltre a qualche malumore: la salute, per molti, era considerata un fatto individuale, indipendente dalle condizioni sociali, senza rapporto col contesto, figurarsi con la condizione lavorativa o il reddito.  EPPURE fin dagli anni 80, quando fu pubblicato in Inghilterra il celebre Black Report sul nesso tra condizioni sociali e aspettative di vita, si sapeva che le classi più svantaggiate non solo vivono peggio ma muoiono prima. Due, quattro, sei anni in media… E che hanno una percentuale di rischio di morte prematura oscillante tra il 25 e il 70% in più rispetto ai concittadini socialmente più avvantaggiati. Costa mostrava come ad esempio a Torino, tra i quartieri del centro borghese e quelli della periferia operaia il differenziale era di circa 4 anni. Perché il rischio di morire prima cresce esponenzialmente con il diminuire non solo del reddito, ma di tutto ciò che intorno alla deprivazione si aggrega: rarefazione delle reti sociali di supporto, minore capacità di prevenzione, scarso accesso ai servizi, degrado ambientale, nocività del lavoro, vulnerabilità alle dipendenze… La differenza tra lavoro manuale e lavoro d’ufficio era allora una delle discriminanti fondamentali (gli operai muoiono prima non solo dei padroni ma anche degli impiegati). Insieme al titolo di studio: un diplomato, diceva Costa, ha un rischio di morire del 16% maggiore rispetto a un laureato, uno con la licenza media del 45%, chi si è fermato alle elementari del 78%. Erano i numeri dell’epoca fordista, della società industriale. La precarietà non si era ancora affacciata come fattore di rischio. Ora sappiamo invece che pesa, eccome.

Anche chi ha un titolo di studio elevato, e lavora (saltuariamente) nel terziario, avanzato o arretrato che sia, misura sulla propria salute il peso di una condizione sociale al limite. In qualche misura “mortale”. Vive cioè le stesse deprivazioni che erodono la vita dei poveri: non solo un reddito inadeguato a mantenere il controllo sulla propria vita, ma difficoltà o impossibilità di tutelarne le condizioni fisiche di sopravvivenza: adeguate cure, pratiche di prevenzione, indennità di malattia. E last but not least, un’ansia permanente. Cronica o cronicizzata potremmo dire. Da incertezza, insicurezza, inadeguatezza, solitudine. Da voucher, potremmo dire. Le più recenti indagini sulla salute dell’Istat e del Servizio Sanitario Nazionale rivelano che gli indicatori di salute mentale sono in peggioramento. Nel 2010 il ministro Sacconi liquidò la nostra Commissione sostituendola con una più “governativ a”. Nel 2011 Monti decise di sopprimerla tout court, considerandola evidentemente un costo superfluo. Esattamente nel momento in cui la povertà subiva un salto di scala.

Il Fatto Quotidiano, 20 Febbraio 2017