(di Vittorio Emiliani)

Il “giallo” dell’archeologia romana fatta a pezzi si tinge, come si temeva, di “nero”: è confermato che i 60 milioni di incassi del Colosseo non rimarranno a Roma, ma prenderanno la via del Ministero, cioè della Nazione. Il tutto con un decretuccio ministeriale, il meno qualificato degli strumenti decisionali. Del resto quest’ultimo sconvolgimento organizzativo dell’ex Soprintendenza archeologica speciale di Roma (2001) – che tutelava la vastissima e omogenea area di Roma, dalla città arcaica a quella augustea, al mare di Ostia – è stato reso possibile da un emendamento, più volte definito “irricevibile”, alla legge di stabilità

firmato dall’on. Lorenza Bonaccorsi, romana, responsabile Cultura del Pd.

Ormai funziona così: riforme studiate, discusse a lungo vengono mutilate, tagliuzzate, snervate in un attimo con un decreto ministeriale o con un emendamento. Si può andare avanti così? Contro questa decisione hanno presentato un esposto Italia Nostra all’Unesco e Uil-Bact alla Corte dei conti. Motivazioni diverse ma stesso fine: salvaguardare l’unitarietà di tutela e gestione dell’archeologia romana. Era come un enorme contenitore dotato di fondi persino cospicui (per un Ministero dissanguato). Ora spezzato in 4 o 5 scatole cariche di funzioni ma senza più i fondi del Colosseo. Al cui Parco archeologico – ammette ufficialmente il Mibact – “potrà altresì essere conferita  (…) autonomia speciale”. Un “potrà” da brivido: il “tesoro” finirà al Ministero, e poi? E gli splendidi Musei archeologici romani? Si arrangino. Ma se con gli incassi pagano a stento le bollette?  Beh, ma cosa vuole questa Roma capitale?

 

Corriere della Sera Roma, 8 febbraio 2017