Ormai lo sappiamo da settimane, se ne è parlato anche nel convegno del 31 gennaio con cui si celebravano i 25 anni dell’Associazione Bianchi Bandinelli, ma non riusciamo ad abituarci alla notizia: nasce il Parco archeologico del Colosseo, che comprende anche Fori, Palatino, Domus Aurea; si nominerà “con regolare concorso”  un direttore con ampi poteri manageriali. Insomma si insiste sulla figura del megadirigente, messo lì (poco manca che lo si dica esplicitamente) per mercificare i beni culturali. Ricordiamo come la cosa fu annunciata dai giornali, per esempio da Repubblica: nelle pagine nazionali si leggeva: “Franceschini sgancia il monumento dalla Soprintendenza”, ma si leggeva anche il parere di Tomaso Montanari: “Così si fa a pezzi la città”, mentre Giuliano Volpe (presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali) plaudiva: “È una riforma coerente”. Malgrado le  prestigiose voci di dissenso che già si sono levate, forse c’è margine per qualche ulteriore riflessione, partendo magari proprio dallo sconcerto per i due volti di Volpe, brillante polemista nei blog, alquanto prono e “lealista” quando si tratta di approvare certi provvedimenti.

  Ma quello che soprattutto sorprende è che il Parco sia stato presentato dal Ministro e dai suoi sostenitori come coronamento di un lungo cammino. In effetti il cammino della riforma dei Beni culturali è stato, sì, lungo (iniziato nel 2014), ma certo non lineare e coerente, fra Soprintendenze create, abolite, riproposte, in un clima di progettualità disordinata e superficiale che proprio nella Capitale ha dato luogo a una serie di interventi scarsamente meditati, introdotti quasi di soppiatto come emendamenti a leggi imposte a colpi di fiducia, mai discussi in Parlamento, condannati a breve e tribolata vita. E dire che la vera, “storica” Soprintendenza archeologica di Roma, quella di Adriano La Regina (spalleggiata da figure come Antonio Cederna e Italo Insolera, rafforzata dall’alleanza con un sindaco come Luigi Petroselli, destinataria della legge speciale firmata da un ministro come il cesenate Oddo Biasini), aveva presentato un progetto organico per l’area centrale messo a punto da Leonardo Benevolo (uno dei tanti “grandi vecchi” che ci hanno lasciato in questi mesi), che aveva curato un bel volume pubblicato nel 1985: sono curioso di sapere se qualcuno di coloro che negli ultimi anni hanno parlato di Colosseo e di Fori (da Marino alla Raggi allo stesso Franceschini) abbia mai letto quel libro, che illustrava con chiarezza un progetto di intervento urbanistico che, secondo Vezio de Lucia, è fra i migliori di sempre.

  Volpe ha però paradossalmente ragione quando parla di coerenza: è vero, infatti, che la figura del megadirettore plenipotenziario che dovrebbe occuparsi del Colosseo è in linea con quella dei megadirettori a cui sono stati già da tempo affidati i poli museali scorporati dal contesto. Forse è addirittura uno sviluppo ulteriore, perché, se in quei casi si trattava appunto di musei, ora si tratta di un complesso monumentale, e in un certo senso è ancora più “audace” isolarlo dal territorio. Un’audacia che sconfina nell’incoscienza, nel senso letterale della parola? O è un lucido disegno, quello del sempre più accentuato depotenziamento delle Soprintendenze, che proprio alla tutela e al controllo del territorio sono (erano) preposte? Un disegno in certo senso annunciato da una delle tante storiche sortite di Renzi, quella in cui si prometteva che mai più una scoperta archeologica avrebbe bloccato il lavoro di alcun cantiere. Per chi vuole appigliarsi a una speranza, il senatore Walter Tocci, uno dei pochi politici eredi, in qualche modo, della stagione poc’anzi evocata  (La Regina-Cerderna-Insolera-Petroselli-Biasini-Benevolo), ha annunciato proprio durante il convegno del 31 gennaio che sta lavorando a un nuovo progetto di riforma, che certamente sarà di pasta ben diversa rispetto a quelli renziani-francheschiniani.

   Anche se a questi ultimi si può riconoscere, in certo senso, una pur perversa coerenza nell’improvvida lotta agli assetti tradizionali della tutela, in realtà le contraddizioni non mancano, e si manifestano in modo assai irritante. La prima: poco prima di annunciare il Parco, Franceschini cantava le magnifiche sorti e progressive del patrimonio culturale, e citava soprattutto i “grandi numeri” dell’Anfiteatro Flavio (in un anno 6 milioni di visitatori e 60 milioni incassati). Nessun ringraziamento per i tanti, dalla direttrice ai funzionari ai volontari, che fra mostre, restauri e visite guidate fanno del Colosseo un monumento vivo e pulsante; ma soprattutto (e la contraddizione sta qui), se le cose vanno così bene perché stravolgerle? Sembra che l’esigenza non sia di migliorare, ma di smantellare. La seconda contraddizione: sempre in quel discorso, il ministro appare soddisfatto che al Louvre i visitatori diminuiscano, mentre da noi aumentano. A parte il pessimo gusto, e anche qui l’incoscienza, di non tener conto che quel calo è legato al clima di paura che si respira in Francia (cosa già sottolineata  da molti), c’era anche un po’ di protervia nella spiegazione che si dava: loro puntano su quel tipo di strutture, noi (che invece siamo bravi…) sul museo diffuso. Beh, non è strano, se si aspira a un museo diffuso, dare tanta enfasi alla gestione di un singolo, sia pur grandissimo, Parco archeologico?

  Ma soprattutto bisognerà rendersi conto una buona volta che prendere un complesso monumentale o naturale e chiamarlo appunto “Parco” non basta a risolvere i problemi, tanto più che, come ha osservato Giovanni Caudo (assessore con Ignazio Marino – il sindaco vittima anch’egli di un nefasto intervento renziano – è probabilmente fra coloro che invece il volume di Benevolo lo hanno letto) qui non siamo in un recinto come a Pompei, ma siamo nel pieno di un organismo urbano; e tanto più che non ci si è incamminati verso un riassetto vero, capace di razionalizzare la coesistenza dei troppi enti (Stato,Comune, Parco dell’Appia…) preposti alla tutela di una medesima area, malgrado Luca Bergamo, vicesindaco di Roma Capitale, stia mettendo a punto un progetto che riguarda tutta la città.

  A capire il vero scopo dell’operazione ci aiuta forse un titolo che si leggeva sempre su Repubblica, ma nelle pagine romane: “Invito al Luna Park Colosseo dove l’archeologia dà spettacolo”. Aiuto! Ecco che cosa dovrà fare il nuovo megadirettore per giustificare il suo lauto stipendio. Forse non piazzare davvero (interpretando il Luna Park alla lettera) montagne russe o tiri a segno fra le antiche gradinate della cavea, ma valorizzare nel senso renziano-franceschiniano, cioè attirare più gente, incassare di più: “Chi ha in mano la valorizzazione del Colosseo – spiega Franceschini – non può occuparsi anche di altro”. Sì, non deve studiare, tutelare, occuparsi del contesto, ma solo pompare risorse. Ben vengano nuovi ristoranti, ben vengano spettacoli di immagini e suoni come quello progettato da Piero Angela per i Fori di Cesare e di Augusto (installazione che ha avuto un  indubbio successo, ma che è stucchevole sentire instancabilmente ancora citare come “esempio vincente”); ben venga anche qualcosa di più invasivo. Già, perché Franceschini e Volpe continuano a pensare seriamente (e quindi anche questa sarà presumibilmente una missione da affidare al nuovo direttore) alla ricostruzione del piano dell’arena. Ma si sa bene a che cosa serve? Si riflette su quel che significa sovrapporre questo intervento alle possenti, interessantissime, e al tempo stesso delicate rovine dei sotterranei dell’antico anfiteatro?

  Il Colosseo ne ha viste tante: studiato nel Cinquecento e Seicento da architetti e umanisti, è stato però anche usato – si sa – prima come fortezza dei Frangipane, degli Annibaldi e di altre potenti famiglie, poi come cava di pietre; ed è stato al centro di fantasiosi progetti, come quello di Domenico Fontana che voleva impiantarvi una filanda. Sopravviverà l’Anfiteatro anche agli usi e abusi che sembrano profilarsi? Per esempio, quello ipotizzato tempo fa, forse a cuor leggero, proprio da Volpe: organizzare sull’arena ricostruita tornei di lotta grecoromana. Caro Giuliano, se non ricordi di averlo detto è segno che anche le persone intelligenti talvolta parlano senza pensare a quello che dicono; se lo ricordi, è ora che lo spieghi…

                                                                                                                                         Sergio Rinaldi Tufi

2 febbraio 2017