(di Claudio Meloni*) La sentenza del Giudice del lavoro di Cuneo (Trib. Cuneo, sez. Lav., 27.01.2017), che condanna il MIBACT per comportamento antisindacale riporta al centro dell’attenzione il tema del Codice di Comportamento del dipendente pubblico e del suo rapporto con uno dei due punti più controversi, ovvero l’esercizio delle libertà sindacali e le eventuali incompatibilità da questo derivanti rispetto alle attività di gestione del personale. Questo tema, unitamente ai limiti imposti all’esercizio delle libertà di espressione in relazione al rapporto con i media e più in generale all’esercizio del diritto di critica e di opinione  sugli atti gestionali e le attività del Ministero, rappresenta una modalità tipica con cui oggi si interviene non solo al MIBACT per regolamentare i comportamenti dei propri dipendenti. Tramite una interpretazione, per così dire, estensiva della regolamentazione prevista dalla legislazione primaria, al punto da trasformare uno strumento finalizzato a definire corretti parametri di etica comportamentale in una forma di compressione di diritti fondamentali che i dipendenti pubblici esercitano in quanto lavoratori e cittadini.

Da questo punto di vista la sentenza di Cuneo è particolarmente importante perché è il primo pronunciamento di un giudice che interviene direttamente sul Codice di Comportamento e ne evidenzia il carattere fortemente discriminatorio in materia di esercizio delle libertà sindacali. Intervenendo su un caso concreto: quello di una lavoratrice Assistente alla Vigilanza con funzioni di caposervizio, ovvero mansioni di coordinamento nell’organizzazione delle turnazioni  degli addetti alla vigilanza. Mansioni da cui la lavoratrice viene sollevata a causa della sua funzione di rappresentante sindacale territoriale della FP CGIL.  Il Ministero ha pertanto ritenuto che quella funzione fosse incompatibile con il suo incarico lavorativo, in applicazione di una previsione contenuta nel Codice che dispone che qualunque attività in qualche modo connessa alla gestione del personale sia incompatibile con incarichi di rappresentanza sindacale.   La FP CGIL  piemontese ha deciso allora di ricorrere al Giudice del Lavoro ritenendo questa disposizione antisindacale in quanto la legge che disciplina questo tipo di incompatibilità la limita esclusivamente ai compiti di direzione diretta di strutture deputate alle gestione del personale. La rilevanza del tema per l’esercizio delle prerogative sindacali nei luoghi di lavoro è profonda: se avesse prevalso una valutazione di legittimità di quell’articolo del Codice intere categorie di lavoratori, ad esempio gli amministrativi, i gestori dei dati, chiunque avesse incarichi di coordinamento di personale  sarebbe stato escluso dal diritto a poter essere eletto nelle Rappresentanze Sindacali Unitarie, in sostanza dal processo democratico primario per i lavoratori.

Il Giudice di Cuneo, con una sentenza mirabile da punto di vista della visione giuridica, ha invece accolto in toto le tesi del Sindacato, sostenendo la piena illegittimità di questa disposizione in quanto fuori dai perimetri previsti dalla norma e pertanto fortemente lesivi del diritto di rappresentanza sindacale. In sostanza lo svolgimento di attività che non comportano assunzione diretta di decisioni sulla gestione del personale, che sono esclusivamente riservate ai dirigenti o ai loro sostituti, non determinano alcun conflitto con l’esercizio del diritto di rappresentanza.

Ma c’è un Codice di Comportamento che ancora va cambiato e va  ripristinata la libertà di opinione dei lavoratori, l’altro fattore di compressione della democrazia nel Ministero dei Beni Culturali. Una sentenza  non basta, ma può aiutare a far crescere  la consapevolezza che al MIBACT la posta in palio è alta e tocca la concezione stessa di fondamentali diritti costituzionali reinterpretati ad uso e consumo  di processi di riorganizzazione  che vorrebbero imporre, tramite i media compiacenti, una immagine di efficientismo manageriale minacciata dall’esercizio di prerogative democratiche come la libertà di opinione o di sciopero, il diritto alla buona occupazione, la difesa del principio di tutela del patrimonio culturale.

Un giudice a Cuneo ci ha dimostrato invece che è possibile smontare questo canovaccio, che non necessariamente siamo destinati ad una deriva autoritaria.

Perché ogni vittoria per la democrazia nei luoghi di lavoro è una  vittoria per la democrazia di tutti.

* Emergenza Cultura, CGIL Funzione Pubblica