Ferito a morte il “museo all’aperto” dell’isola

La riforma Franceschini in Sardegna si è trovata ad insistere su un tessuto connettivo già piuttosto affaticato e smagliato in più punti, con il risultato di fare deflagrare una condizione peculiare di patrimonio culturale disperso – da museo a cielo aperto – che contrasta per sua stessa definizione con l’animus della Riforma, pensata intorno ai Grandi Musei e Grandi attrattori. Infatti, la vastità del territorio sardo, la bassa densità di popolazione, la viabilità primitiva e l’assenza di grandi città con patrimoni culturali di tradizione dinastica (Musei nazionali di tradizione dinastica) caratterizzano il paesaggio del patrimonio culturale isolano, che per sua naturale evidenza intreccia in agro una ricchezza paesaggistica sorprendente

con un altrettanto importante eredità archeologica paleolitica e neolitica. Chiese romaniche punteggiano itinerari culturali nel vento…Niente musei strafamosi, dunque, ma buone gambe e scarponi per apprezzare un connubio che saprebbe già di futuro se non rischiasse di non arrivarci sano e salvo a quel futuro.

Archeologia, tante realizzazioni prima della “riforma”

Il 2014 era stato per  l’archeologia della Sardegna un anno di fervente attività. In collaborazione con enti pubblici e privati (Regione, Università, comune di Cagliari, Fondazione Banco di Sardegna, cooperative di gestione dei siti archeologici dell’isola, delle Camere di commercio della Sardegna), le allora due Soprintendenze per i beni archeologici  della Sardegna hanno progettato e allestito una mostra antologica sulla civiltà nuragica,  che ha esposto oltre mille reperti inediti provenienti dai più recenti scavi effettuati nell’isola, in un circuito virtuoso che dallo scavo al restauro ha portato fino alla fruizione pubblica delle ricerche archeologiche. Inaugurata a Cagliari,  la mostra è diventata itinerante ed è stata esposta a Roma, a Milano e infine a Zurigo.

Nello stesso anno è stato completato il  restauro delle statue di Mont’e Prama, i giganti di pietra scoperti a Cabras, sulla costa occidentale della Sardegna. Un patrimonio inestimabile che è stato consegnato alla pubblica fruizione in due mostre contemporanee e complementari (una a Cabras e una a Cagliari, presso il museo archeologico Nazionale) e in una  poderosa pubblicazione in tre volumi.

I risultati di questa attività della Soprintendenza sono stati più che soddisfacenti: un aumento esponenziale dei visitatori nel museo archeologico di Cagliari (dai 37700 del 2013 ai 69760 del 2014), con un quasi raddoppio degli incassi provenienti dalle bigliettazioni, e un aumento dell’interesse per l’archeologia in generale evidente nel riscontro avuto sulla stampa e nel proliferare di iniziative di fruizione nell’isola e a livello internazionale.

Nel 2015 si decide di separare la tutela e la valorizzazione. Nasce il Polo Museale,   si tagliano i musei dalle Soprintendenze che poi in seguito vengono accorpate al Paesaggio. Il taglio in Sardegna, terra ricchissima di siti archeologici (solo i nuraghi censiti sono oltre settemila) assume connotazioni gravissime, perché i musei sardi hanno una forte vocazione territoriale e si alimentano delle continue ricerche sul territorio.  Esemplificativo risulta il caso del museo di Nuoro, nato grazie alla presenza di un nucleo operativo della Soprintendenza, nucleo di circa 20 persone che a seguito della riforma viene diviso in due uffici di cui uno (quello della Soprintendenza) rimane senza sede perché destinato ad essere sfrattato dal museo;  e l’altro (quello del Polo) risulta composto di solo personale di custodia, e privo pertanto persino della figura chiave di un museo archeologico, ossia quella dell’archeologo.

Infatti, in tutto il Polo Museale di una regione a fortissima vocazione archeologica è presente un solo archeologo, peraltro prossimo alla pensione. Al momento della riforma  gli organici della Soprintendenza erano talmente falcidiati dai pensionamenti da contare appena 11 archeologi.  E se prima l’unione faceva la forza gli spacchettamenti voluti da Roma  hanno valorizzato la debolezza.

L’interruzione del  circuito virtuoso che non risulta aver dispiegato effetti positivi, almeno al momento.  Anzi, il moltiplicarsi di attori e soggetti ministeriali sul territorio ha creato non poche difficoltà nell’utenza, che non riesce ad individuare il giusto interlocutore istituzionale. La stessa dimensione territoriale delle due  Soprintendenze create dal Decreto ministeriale del gennaio 2016 con  l’accorpamento tra l’archeologia e il Paesaggio risulta confusa e contraddittoria. Nella denominazione sono state inserite le otto province nate da una iniziativa regionale, ma nell’elenco dei comuni affidati ai due uffici si è fatto riferimento  alle quattro province storiche. Per cui i 22 comuni della defunta provincia Ogliastra, non fanno parte della Soprintendenza Archeologia Belle arti e paesaggio per la città Metropolitana di Cagliari e per le province di Oristano, Medio Campidano, Carbonia Iglesias e Ogliastra, ma della Soprintendenza  Archeologia Belle arti e paesaggio per le province di Sassari, Nuoro e Olbia-Tempio, con il disorientamento che possiamo facilmente immaginare.

I Musei, centro della “riforma”? L’isola è fregata

I musei statali, che fanno da perno alla Riforma tutta, sono relativamente pochi in Sardegna e di non grandissima affluenza: solo il Compendio Garibaldino di CAprera, infatti, a corrente alternata entra tra i primi30 musei nazionali. Gli altri, eccezione fatta per l’Archeologico di Caglairi e per il Museo Sanna di Sassari sono minimi. Di conseguenza, se la Riforma ha posto nell’identità museale il punto focale del proprio ragionamento, è chiaro che la Sardegna è rimasta totalmente tagliata fuori dall’interesse ministeriale in fase di attuazione riformatrice: il fallimento del Polo Museale sardo è emblematico. Unico caso italiano di Polo che nasce NON sulle ceneri di una precedente e soppressa Soprintendenza storico-artistica -l’ente che in tutte le altre regioni ha offerto il primo soccorso e lo zoccolo duro del personale di base, custodia e tecnico scientifico –  ma con una fusione a freddo che ha individuato e separato dalle Soprintendenze miste aree archeologiche e piccoli musei che vivevano in assoluta simbiosi con l’ufficio di riferimento, è oggi una clamorosa scatola vuota. I tecnici in servizio in Sardegna- i pochissimi storici dell’arte e gli sparuti architetti , così come gli numericamente scarsi archeologi, e, udite udite, i restauratori – hanno scelto in massa di restare nelle Soprintendenze, proprio perché qui il Polo era tutto da inventare e i musei erano per lo più recenti e connessi a scavi archeologici degli ultimi decenni (AntiquariumTurritanum di Portotorres; Museo Archeologico Nazionale Asproni di Nuoro; la Pinacoteca MUS’A Canopoleno di sassari), per non parlare delle aree archeologiche…I custodi sono passati di diritto (o meglio di dovere) al Polo, ma sono infelicissimi.

Il Compendio Garibaldino è privo di direttore, il Museo Sanna è diretto da un geometra riqualificato demoantropologo senza laurea; senza direttore, l’Antiquariumdi Portotorres, e ancora il museo di Nuoro. Luoghi della cultura, definiti servizi essenziali per decreto, offrono oggi un servizio largamente peggiore di 2 anni fa, quando l’ottovolante della vita di tutela di territorio e di valorizzazione congiunte ( mai come in Sardegna aderenti l’una all’altra) dava vita ai musei senza fare cessare l’azione diretta di tutela sul campo. Il Ministro si ponga delle questioni di ordine scientifico sul perché , posti davanti all’aut aut i tecnici abbiano disertato la vita museale…Un Museo senza direttore, né conservatore specialista d’ambito, né sezione didattica NON è un museo: non per lo Standard museale ex Dm 2001 né secondo ICOM.

 

Nessun Museo Autonomo: meno soldi, forza lavoro, offerta culturale.

Il panorama museale a basso tasso di attrattività economica ha fatto sì che il MIBACT non abbia scelto nessun museo sardo per l’Autonomia, che sinora sembra essere stata l’unica condizione per avere dei soldi ricadenti sul territorio. Così, oltre ai disagi per la costituzione del Polo – non ragionata ed assurda laddove non sussisteva una Soprintendenza storico-artistica su cui appoggiarsi – oltreai tagli di bilancio ordinario e al mancato turn over del personale, con l’assenza di almeno unMuseo autonomo, l’isola risulta 2 volte più penalizzata. Ha visto uscire dalle Soprintendenze forza lavoro (custodi per lo più) e denaro da bigliettazione, ma non ha visto sortire effetti positivi per il circuito museale né un miglioramento dell’offerta culturale, perché, privati delle funzioni scientifiche, i musei sardi languono in agonia: non una mostra di richiamo, non un’azione pedagogica di qualche interesse. E tutto ciò, va detto, non per cattiva volontà o indolenza, ma per le oggettive condizioni avverse di costituzione del Polo, fulcro invece del pensiero riformatore.

Il Polo Museale in Sardegna ha drenato risorse umane e finanziarie senza restituire ancora nulla sul piano del servizio culturale né degli sviluppi di pubblico. In ogni caso una misera dotazione di € 150.000,00 per il funzionamento di questo circuito museale la dice lunga sulla considerazione del MIBACT del patrimonio culturale isolano ( ad metalla!) e sull’impossibilità per un direttore di assolvere degnamente alla funzione. Anche aggiungendo i denari da bigliettazione, requiem.

Le Soprintendenze ABAP, queste poverine.

Le due ABAP della Sardegna, che insistono su un territorio che sino a 4 anni fa era governato da ben 4 Soprintendenze di settore assommano a ca 300 dipendenti in 2 e a ben 18 sedi operative aperte, più numerosi depositi archeologici, distribuite sulla seconda maggiore regione governata dal Ministero. I nuraghi sono 8816 ( in realtà 8815in seguito al crollo del Nuraghe di Tertenia, alcune settimane fa, dopo che invano per alcuni anni la Soprintendenza archeologica aveva chiesto i fondi per metterlo in sicurezza); centinaia le tombe neolitiche dette Domus de Janas e molte le cosiddette Tombe dei Giganti, centinaia tra Dolmen e Menhir. Isolata in epoca storica e tuttora, l’isola vanta un passato remoto di pieno contatto e relazione con le altre civiltà mediterranee: un patrimonio enorme diffuso su tutta la superficie, in pianura e sui monti, in area costiera e nell’interno. Per seguire tutto questo ben di Dio, le Soprintendenze ABAP sarde hanno ricevuto complessivamente poco più di 450.000€ per il funzionamento (manutenzione, bollette, costi di esercizio degli impianti di sicurezza delle sedi e dei depositi), nonché per la tutela sul territorio: la risata è d’obbligo. Non è stato finanziato nessun lavoro di scavo né di messa in sicurezza archelogica. Clamoroso il caso de Sa Pala Larga, tomba neolitica dipinta situata vicino Bonorva, che una falda acquifera minaccia gravemente, né – in aperta contraddizione in un’ottica di valorizzazione imperante – il terzo e conclusivo lotto di lavori che avrebbe reso a piena fruizione il Nuraghe Santu Antine nel Nord, così amato che i sardi sino sono coalizzati per votarlo in massa in seno alla bufala governativa Bellezza@governo.it, il programma di Palazzo Chigi per ripartire 150 milioni di € per interventi sul patrimonio culturale a partire da segnalazione popolare.

Le due auto di servizio (Fiat Panda, la più amata dagli archeologi!) presto verranno ritirate dalla ditta di leasing, poiché da un anno nessuno paga le rate…Manco a dirlo, le due ex Soprintendenze EX BEAP cioè architettonico – paesaggistiche, le auto di servizio le hanno dismesse con circolare ministeriale gia 4/5 anni fa…

Il carico da lavoro paesaggistico, nel senso di esercizio di tutela passiva è stellare, commisurato ai 1800 km di costa complessivi dell’isola e della condizione di terra di seconde case e vacanze, dunque soggette a modificazioni frequenze in ragione di cambi di proprietà e evoluzioni dei consumi. Poco noto in ambito peninsulare è l’attacco feroce che la Sardegna sta subendo relativamente alle energie alternative, che vedono nel deserto antropico isolano, e nella crescente povertà della popolazione, un terreno di facile preda per impianti fotovoltaici e eolici invasivi e aggressivi per l’agricoltura e la pastorizia, che in ogni caso, restano le fonti primarie del reddito dei territori dell’interno sardo. L’organico tecnico di architetti e ingegneri è agli sgoccioli, di molto inferiore anche al risicato DM recente sugli organici, e ciò con una netta sproporzione a sfavore del Nord Sardegna, dove sono in servizio appena 2 architetti a pieno tempo e 1 a mezzo servizio: battaglia persa, quella della tutela preventiva, e armi spuntate anche per la tutela con le carte. Il silenzio assenso è uno tsunami inevitabile, frustrante e pericoloso anche sul piano delle responsabilità individuali, civili e penali. Meno di €1700 al mese per vivere tutto questo, non potere fare la libera professione, il rischio quotidiano di incappare in silenzi assensi di rilevanza giudiziaria in contenzioso, l’assenza di cantieri progettuali e di restauro che possano motivare funzionari qualificatissimi a sentirsi utili, stano decimando le vocazioni professionali, umiliando una generazione. Un architetto MIBACT è richiesto di avere oltre alla laurea, che abilità all’ingresso all’albo professionale, anche un triennio di specializzazione in restauro specifico: l’esercizio costante di un sapere così qualificato è precondizione di garanzia per una corretta e serena valutazione, aggiornata ai più moderni criteri e tecnologie, dei progetti prodotti dai progettisti privati, che chiedono autorizzazioni per ristrutturazioni, nuove lottizzazioni, ogni progettazione urbanistica.

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