di Tomaso Montanari

FORSE dovremmo tutti darci una regolata: la mania del Colosseo sta, infatti, assumendo proporzioni preoccupanti. Il discorso pubblico sul patrimonio culturale italiano è ormai completamente avvitato su questo grande feticcio della comunicazione globale. Ben consapevole che chi parla dell’anfiteatro finisce sui giornali di tutto il mondo, è stato il ministro Dario Franceschini a cominciare, con l’annuncio della costruzione dell’arena che trasformerà il monumento in location di spettacoli mediatici e redditizi. Poi è stata la volta della polemica antisindacale di Matteo Renzi, che fece di un’assemblea (peraltro legittima e annunciata) dei lavoratori del Colosseo un casus belli che meritò la convocazione apposita di un Consiglio dei ministri. Quindi, ed è cronaca delle ultime settimane, è arrivato l’annuncio del clamoroso divorzio del Colosseo da Roma: una messa in proprio del grande business del feticcio che costerà così cara al patrimonio culturale della capitale da indurre il ministro a proporre l’introduzione di un pedaggio al Pantheon, in un dòmino di mercificazione che avrà il risultato di allontanare ancor di più i romani dai loro monumenti. PERCHÉ una cosa è chiara: il diaframma di una biglietteria (dove, poi? Sotto il portico? Nel tempio perfetto? Nella piazza?) funzionerà come una barriera respingente, prima ancora sul piano psicologico che su quello economico: anche una riconosciuta gratuità d’accesso non esenterà i residenti dalle file, con l’effetto di un grande straniamento, per cui i romani saranno turisti in casa propria. E sotto il profilo urbanistico non c’è una cosa più scellerata che separare una piazza da un monumento ad essa connesso da un portico: perché questa separazione nega ciò che la storia e l’architettura avevano sapientemente unito. Io ricordo di essere entrato nel Pantheon — ebbene sì — con il gelato in mano: nel più ovviamente banale dei gesti estivi. E non è forse questo sentirsi in casa propria il più forte segnale di quella intimità che solo in Italia congiunge uomini e monumenti? Ma torniamo al Colosseo: ecco che, nelle ultime ore, le non memorabili gesta di due brasiliani, che hanno scavalcato la cancellata schiantandosi a terra, e di un graffito demenziale che si è accanito sul monumento, inducono a prefigurare nientemeno che una “zona rossa” intorno al Colosseo: quasi che Roma sia una città terremotata, o contaminata. In questa fascia, dice il soprintendente Francesco Prosperetti, si dovranno installare “dissuasori’” dall’aspetto compatibile. Ed è davvero paradossale che la preoccupazione di quasi tutti coloro che avrebbero il compito di rendere più permeabile, accessibile, desiderabile il Colosseo siano impegnati a pensare a come separarlo dalla città, allontanandolo dai cittadini e anzi “dissuadendo” questi ultimi dall’avvicinarsi troppo alle sue mura. E non si dica che lo si fa per proteggerlo dai vandali: solo questa smodata colosseomania può indurre a sopravvalutare episodi certo sgradevoli, ma non drammatici. In un Paese in cui il patrimonio culturale terremotato è ancora in gran parte abbandonato a se stesso, in cui capolavori celeberrimi si crettano nelle sale di uno dei principali musei, in cui le chiese monumentali e le necropoli sono esposte a una continua emorragia di furti da parte dei predoni del patrimonio nazionale, la scritta sul pilastro ottocentesco del Colosseo appare, francamente, irrilevante. Si pensi semmai (come in Piazza della Signoria a Firenze, piena di sculture delicatissime) a una discreta, ma continua, presenza della polizia municipale: e sono sicuro che il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, preferirà destinare alcune unità a questo compito, piuttosto che trovarsi una ‘zona rossa’ sotto il Campidoglio. Più in generale, dovremmo davvero adesso smetterla di pensare, e parlare, per feticci: la sfida non è isolare il Colosseo, ma — come aveva ben capito Antonio Cederna — ricucire Roma, e renderla camminabile nel percorso che va dai Fori all’Appia antica senza barriere fisiche, amministrative o culturali. Come una cosa sola: come una cosa viva.

Repubblica – Roma

18 gennaio 2017