DI FRANCESCA SIRONI

Un gruppo di lavoro. Composto da funzionari pubblici. E privati, come l’avvocato di Sotheby’s. Chiamati al ministero per rivedere i principi che regolano l’esportazione di quadri e sculture. Dopo gli articoli dell’Espresso, interviene lo storico dell’arte. “Se nel 1870 fossero state in vigore le norme che chiede oggi il mercato, in Italia non ci sarebbe più un Caravaggio”

Leonardo, Morandi, Rococò. Una commissione istituita al ministero dei Beni Culturali vuole rivedere le regole con cui opere d’arte e antichità possono uscire dall’Italia per essere vendute. In questo “gruppo di lavoro” siedono alla pari, come ha scritto l’Espresso, funzionari privati e rappresentati del mercato. Comprese le case d’asta. «Pare continuare la contundente volontà dell’ex governo di rivedere le norme attuali con un solo obiettivo: spalancare tutte le porte. Danneggiando il nostro patrimonio artistico». Tomaso Montanari, professore di storia dell’arte, editorialista, non ha dubbi, «la guida di Dario Franceschini procede ad abbattere così l’albero stesso su cui si fonda il suo ministero: la tutela».

Cosa c’è in gioco, nel cambiare le norme amministrative che regolano l’export di quadri e sculture?
«Continuiamo a dire che siamo un paese diverso dagli altri. Che abbiamo un patrimonio culturale straordinario. È vero. Ma dimentichiamo come è diventato tale: siamo stati bravi a crearlo, a spiegarlo, certo, ma siamo stati bravi soprattutto a tutelarlo. Ovvero a far sì che le opere, pubbliche e private, restassero in Italia. È dal 1500 che tuteliamo la bellezza per far sì che resti entro i confini nazionali. È solo così che abbiamo formato quel “patrimonio” di cui tanto ci vantiamo».

Opere private, appunto. E i proprietari, con i mercanti soprattutto, chiedono di avere meno vincoli per trovare acquirenti più ricchi all’estero.

«L’Italia è un paese che considera i propri capolavori un bene di tutti. Non sono pubblici soltanto i pezzi nei musei. Ma anche le tele a casa di privati, se importanti, appartengono alla nazione. Come diceva Massimo Severo Giannini: è privato il pezzo di tela colorato, ma è pubblico il suo valore immateriale, cioè il suo essere un Caravaggio. Un maglione griffato può essere buttato, bruciato o venduto dove vuole, dal suo proprietario. Un Caravaggio, no. È questo il fondamento del nostro patrimonio»

Ovvero anche l’opera d’arte privata è in qualche modo collettiva.
«Non a caso la parola “nazione” compare per la prima e unica volta, fra i principi fondamentali della nostra Costituzione, all’articolo 9: quello in cui si parla del patrimonio artistico. È un diritto di tutti i cittadini. Professori, impresari o senzatetto, siamo proprietari di un pezzetto dei nostri Caravaggio»

Torna sempre a Caravaggio.
«Sì: perché se nel 1870, nei primi ‘900, fossero state in vigore leggi come quelle che chiedono oggi gli attori del mercato, ovvero la definizione dei vincoli sulla base di un valore economico, e non tecnico, e le autocertificazioni dei proprietari, l’Italia non avrebbe più un Caravaggio. Sarebbero usciti tutti. Perché all’epoca valevano poco. L’arte è dinamica. E la tutela non può dipendere dal prezzo»

Gli intermediari dicono che non si tratta di vendere all’estero capolavori, quanto opere comuni. Oggi sottoposte a divieti che le tengono qui, anche se nelle cantine dei proprietari.
«Beh se è questo lo scopo allora è già ben raggiunto dalla legge attuale, senza bisogno di riforme: le statistiche dicono che le soprintendenze bloccano solo il tre, il quattro per cento delle richieste. Queste opere non straordinarie escono già in continuazione. La pressione piuttosto è sui capolavori. E il punto chiave torna a essere solo uno»

Quale?
«La volontà di togliersi di dosso i tecnici. Già il granducato di Toscana nel 1603 impose che a decidere quali opere private non potessero uscire dai confini fossero i membri dell’Accademia del Disegno. La forza pubblica era al servizio della conoscenza. È questo il modello della tutela italiana che ci copiano all’estero. In Francia a giudicare le richieste per l’export è il Louvre. Da noi sono i tecnici delle soprintendenze. Ora le pressioni delle lobby sembrano voler convincere il nostro ministero a smantellare questi principi»

Parla di lobby.
«Sì, perché in questo gruppo di lavoro vedo un problema di metodo. Credo sia doveroso infatti ascoltare tutti, compresi gli attori del mercato italiani. Bisogna ascoltare tutti. Ma mettere allo stesso tavolo, sullo stesso piano, funzionari pubblici e persone come l’avvocato di Sotheby’s, dal mio punto di vista, non ha senso. Non si tratta di gridare ai mercanti nel tempio, ma di una constatazione di fatto. Chi vorrebbe che per rivedere le norme fiscali venissero chiamati -su un piano paritetico- sia i finanzieri che coloro che hanno come interesse pagare meno tasse? Non evadere, ma comunque pagare meno tasse?»

Certo, per i mercanti le riforme per diminuire i vincoli restano necessarie.
«Dipende da quali riforme. Ho sollevato le mie perplessità anche alla Biennale dell’antiquariato di Firenze. Spiegando come l’export-a-tutti-i-costi danneggerebbe alla fine anche i venditori italiani: sopraffatti dai grossi mediatori internazionali. E gli antiquari applaudivano»

Quindi è meglio lasciare la legge com’era? Evitare ogni cambiamento?
«No. I cambiamenti servono. Ma per migliorare, non per scardinare la tutela. Bisogna chiedere ad esempio che le motivazioni siano valide, che le valutazioni siano uniformi, bisogna discutere su nuovi mezzi da dare agli uffici delle soprintendenze. Ma non ribaltare i principi. Perché valgono dal ‘500. E finora direi che non ci è andata affatto così male».

16 gennaio 2017

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/01/10/news/opere-d-arte-montanari-fermiamo-il-rischio-dell-export-facile-dei-nostri-capolavori-1.293182