Confesso che la notizia che a fine anno per entrare nel Pantheon si dovrà pagare un biglietto, per quanto annunciata, diffonde un profumo volgare. Quello è pur sempre il Tempio di tutti gli dei, è la costruzione più completa lasciataci dai Romani, è la perfezione, con quanto di misterioso essa comporta, raffigurata dagli artisti infinite volte, evocata con stupore dai viaggiatori antichi. E la Chiesa l’ha dedicata a Maria e ai suoi martiri. Doppia solennità anche per un laico. E quindi doppia volgarità se vogliamo.

In alcune città italiane si paga un ticket per visitare le chiese. A Verona per esempio dove si paga un biglietto cumulativo però, per nove chiese ricche di tesori. O a Ravenna dove una cooperativa (vera) di giovani inaugurò anni fa un servizio di apertura e anche di guida per una serie di chiese, battisteri, musei. Anche qui il biglietto consente di visitare (d’estate fino alle 23) una decina di monumenti per lo più ecclesiastici. Poiché si tratta di una cooperativa costi-ricavi, non può avere profitti e così, dato lavoro a 25-30 persone, destina tutto l’utile a restauri.
Anche il ministro Franceschini ha annunciato che il ricavato della biglietteria servirà per lavori di restauro. Ma lo Stato può denunciare carenze di fondi per un monumento come il Pantheon dove è sepolto, fra l’altro, il divino Raffaello? Credo di no. Anche se quello Stato investe in cultura meno di Cipro e Bulgaria. Se ha trovato 18 milioni per coprire la platea del Colosseo a fini di spettacolo, può ben reperirne altri per restaurare (il che è diverso) il Tempio di tutti gli dei. Altrimenti, che ci stanno a fare le priorità?

Corriere della Sera, 14 gennaio 2017