In risposta alla lettera pubblicata dalla prof.ssa L. Gualandi su questo sito (ndr: http://www.patrimoniosos.it), dal titolo “Riforma Franceschini: lettera di Letizia Gualandi a un collega archeologo che non la condivide” (http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=127893″id=127893), sono doverose alcune osservazioni, che il collega R. D’Oriano, sorprendentemente destinatario di quell’epistola, ha voluto condividere con noi in questo documento a più mani.

Anzitutto alcune questioni di metodo:
1- Decenni di martellamento mediatico hanno conferito alla parola ri-forma un senso automaticamente positivo che essa non ha: riforma è solo una forma diversa. Non usiamo qui “nuova”, perché anche questo aggettivo ha acquisito un senso positivo che di per sé non ha. Non è necessario ricordare a chi studia il passato che la storia è costellata di novità anche negative, come ben sapeva la saggezza antica distillata nel celeberrimo aneddoto della vecchia di Siracusa. Restaurare, conservare, innovare, rivoluzionare, ecc., sono termini di per sé neutri, la cui positività o negatività dipende solo da ciò su cui intervengono e dalla direzione nella quale lo fanno. La damnatio sempre e comunque dei laudatores temporis acti è una illogica petitio principii: possiamo dire, senza passare per vecchi parrucconi, che – tanto per dire – si stava meglio prima della crisi del 2008, o no?
2- Le recenti riforme del MiBACT (Poli Museali e accorpamento delle Soprintendenze) sono state formulate da chi non ha mai lavorato negli Uffici che andava a riformare, nella totale mancanza di ascolto delle grandi perplessità espresse dal personale che le avrebbe dovute attuare e di tante altre parti del mondo dei Beni Culturali più largamente inteso (Docenti e Consulte Universitarie, Accademia dei Lincei, ecc.). Era quello il momento del dibattito costruttivo che la prof.ssa Gualandi solo ora auspica con irrimediabile ritardo.
3- La quasi totalità di chi le sta attuando conferma le grandi criticità previste e ne vive altre allora non immaginate, ma altrettanto drammatiche. Chi invece le difende è ancora una volta chi non ha mai lavorato nelle Soprintendenze. A chi insegna a Pisa non dovrebbe essere necessario ricordare che fu il più illustre figlio di quella città ad insegnare al mondo che l’unico approccio possibile alla realtà è quello “non più per immaginazione, ma per sensata esperienza” (lettera di Galileo Galilei a Gallanzone Gallanzoni, 1611).

Venendo al merito:
1- La prof.ssa Gualandi non cita minimamente la riforma dei Poli Museali, pur centrale nell’articolo di stampa che origina la sua lettera. Lo faremo perciò noi, non senza segnalare almeno la contraddizione dell’olismo a corrente alternata: si invoca il principio olistico per accorpare le Soprintendenze, e lo si accantona nel separare i Musei, spezzando il continuum tra territorio, tutela, ricerca, valorizzazione che era alla base di quel sistema italiano dei beni culturali che ha fatto scuola nel mondo. E glissiamo sull’attuale funzionalità di svariati Poli, a due anni da quella riforma, e su ciò che essa comporta nei rapporti con le Soprintendenze in caso di restauri, prestiti per mostre, ecc.
2- In ossequio al principio galileiano del parlare solo di ciò di cui si ha esperienza diretta, non entriamo nel merito del parallelo che la prof.ssa Gualandi pare istituire tra il percorso affrontato dalle Università per adeguarsi alle riforme di quel comparto e quello che dovrebbero, secondo lei, intraprendere le Soprintendenze, ma ci limitiamo a sottolineare la grande diversità tra le due istituzioni. Un esempio per tutti: le Università godono di grande autonomia, mentre le Soprintendenze operano nel quotidiano in una struttura rigidamente gerarchica e seguendo norme e prassi molto rigide, nel cui ambito ben poco spazio c’è per la “creatività” e nel quale le “idee” che “ci facciamo venire” ben poco ascolto trovano (v. supra).
3- La prof.ssa Gualandi lamenta di non aver mai ricevuto risposta alla domanda: “….perché una Soprintendenza territoriale più piccola delle vecchie Soprintendenze archeologiche (sic) … dovrebbe svolgere il proprio lavoro peggio di una Soprintendenza con territori posti a centinaia di km dalla sede centrale? Qui in Toscana….”. Anzitutto, il principio galileiano della “sensata esperienza” avrebbe dovuto consigliare alla prof.ssa di guardare oltre la Toscana e fino in Sardegna, visto che l’articolo che ha dato luogo alla sua lettera parlava di quella terra, scoprendo così che i territori delle due nuove Soprintendenze sono praticamente gli stessi delle precedenti quattro, ovvero sterminati (metà dell’Isola per ciascuno, pari ognuno a più di una intera delle svariate altre Regioni italiane), con una vastità senza confronto di aree tutelate paesaggisticamente e una densità senza confronto di aree archeologiche (solo una tipologia monumentale, cioè i nuraghi, di una sola delle fasi storico-culturali, cioè l’età nuragica, assomma al n. di 8000 emergenze).
Ma in realtà il punto è un altro. Il beneficio del percorrere meno chilometri che ne traggono i funzionari archeologi (perché sono quelli, almeno nella Toscana dell’esempio citato, ad aver trovato “casa” presso Soprintendenze più piccole) è vanificato da ben altre difficoltà nel rendere il servizio alla comunità. L’accorpamento crea enormi difficoltà nella gestione del flusso documentario delle istanze (arrivo, assegnazione, istruttoria, emanazione del provvedimento) connesso soprattutto alle diverse norme e procedure e tempistiche che presiedono alle diverse fattispecie di pareri tra Paesaggio e Beni Culturali, spesso non comprimibili in uno unico (spesso i pareri sul paesaggio seguono itinera totalmente diversi e separati da quelli sui beni culturali), vanificando così l’atteso vantaggio “olistico” e con conseguenti maggiori complessità e ritardi rispetto al passato nell’emettere i pareri (almeno quelli in materia archeologica).
4- Come esempio emblematico di positività, per l’utenza, dell’accorpamento delle competenze delle vecchie Soprintendenze, la prof.ssa cita le isole ecologiche di Pisa, per le quali prima ci si rivolgeva a due diverse Soprintendenze ” le quali …. hanno dovuto ovviamente incaricare due diversi funzionari di esaminare la stessa pratica: il risultato è che due funzionari hanno fatto lo stesso lavoro, il che in una situazione di scarsità di personale, quale quella che tutti lamentiamo, è davvero folle”. In questo caso non è nemmeno necessario invocare la “sensata esperienza”, perché è (dovrebbe essere) ovvio che anche ora l’incarico non può che essere affidato a due funzionari diversi, l’archeologo per il rischio archeologico e l’architetto per la compatibilità col contesto architettonico e/o paesaggistico, a meno di non affermare che uno possa fare il lavoro anche dell’altro, calpestando competenze tecnico-scientifiche specialistiche che la prof.ssa Gualandi insegna ed è sempre stata la prima a difendere.
Insomma l’accorpamento non ha certo diminuito il numero dei funzionari che si devono occupare delle pratiche. Ha invece ingenerato una originale innovazione nel panorama della Pubblica Amministrazione italiana: il parere che potremmo definire “cooperativo”. Per esempio, per ogni pratica che vada in conferenza dei servizi il funzionario archeologo, il funzionario architetto, il funzionario storico dell’arte, territorialmente competenti, sono chiamati a esprimere il loro parere, ognuno per la sua materia, e a unificare le istruttorie, che spesso attengono a fasi diverse e tempi diversi degli elaborati progettuali, cumulando in un unico provvedimento prassi operative e talora anche normative differenti. Il vantaggio che dovrebbe derivare da questa unico provvedimento è solo apparente, perché allunga i tempi dell’istruttoria e soprattutto non consente di individuare un unico responsabile, figura cardine dell’impianto della Pubblica Amministrazione. A meno che, paradossalmente parlando, non si vogliano annullare le istruttorie per materia, e introdurre figure amorfe di funzionari senza una specifica preparazione nella disciplina di cui dovranno gestire le problematiche. Sancire insomma la fine definitiva degli istituti periferici come organi ad alto contenuto tecnico scientifico e della tutela come individuazione e ricerca dei beni culturali. Un approccio possibile, ma non certo auspicabile, che mina alla base le motivazioni che hanno indotto alla creazione del Ministero e ne costituiscono le ragioni della sua stessa esistenza.
Altro caso di positività citato sarebbe quello “per noi archeologi, che per le esigenze delle nostre ricerche abbiamo un unico referente e non più referenti spesso in contrasto (talvolta apparentemente non motivato) fra loro”. Il caso è lo stesso di cui sopra: se nel corso delle indagini (vuoi perché da intraprendere su una superficie storica, vuoi perché danno luogo a necessità di restauro, consolidamento, ecc., di strutture murarie) si incrociano le competenze di un archeologo e di un architetto, sempre due saranno i referenti.
5- Secondo la prof.ssa Gualandi il problema della riforma va tenuto distinto da quello della mancanza di personale. Certamente va tenuto distinto nella sua evoluzione storica, dando atto all’attuale gestione del MiBACT del concorso in corso, pur se “poco, pochissimo, una goccia nel mare” (attendiamo però di vedere quale sarà la proporzione tra assunti ai Poli e alle Soprintendenze, in Sardegna – stando alle piante organiche previste – molto sbilanciati a favore del primo). E tuttavia nei fatti come tenere disgiunte le due cose almeno in termini di tempistica? Quanti interventi chirurgici pur urgentissimi non si possono attuare finché la pressione sanguigna del paziente è troppo elevata? Anche la migliore riforma non può non tener conto dello stato di salute degli Uffici sui quali si applica….Prima di procedere alle riforme andavano adeguati gli Uffici in termini di personale, fondi, strutture, norme e procedure amministrative. Quella era la prima riforma da fare. Emblematico l’esempio dei Poli: nati sulla carta, senza nemmeno le scrivanie, le sedie….
6- Ed ora la pars costruens. La prof.ssa Gualandi lamenta le critiche non costruttive. Sacrosanto. Esiste la volontà di mettere intorno a un tavolo delegazioni di tutte le parti in causa, ivi compreso stavolta il personale delle Soprintendenze, e ragionare tutti con spirito costruttivo, realismo, obiettività, sulla situazione e su come migliorarla? Se non con la possibilità di tornare indietro, almeno con l’intento di mettere in campo decreti, procedure, regolamenti, norme ecc. per far funzionare al meglio l’attuale struttura? Noi ci siamo sempre stati, da almeno un anno a questa parte, ancor prima che la riforma si attuasse nel luglio scorso, e nessuno, almeno finora, ha ritenuto di convocarci intorno ad un tavolo per discutere.
Infine due considerazioni globali.
1- Troppo spesso e troppo frettolosamente, nel trattare le problematiche dei beni culturali, così si glissa (non solo nella lettera qui commentata): “Le risorse sono poche è vero, ma… Il personale è poco è vero, ma….”. La vera Grande Riforma invece sarebbe proprio quella, in risposta alla Grande Domanda: “Quanto questo Paese tiene veramente ai beni culturali che per gli accidenti della Storia detiene per conto dell’Umanità?” E tutto il resto dei problemi non sarebbero che brezze di vento. Secondo la prof.ssa Gualandi i fondi ora sarebbero superiori agli anni passati: ci creda, Professoressa, non sempre e non dovunque.
2- Ha ragione la prof.ssa Gualandi quando dice che in occasione di riforme ” a tutti gli attori coinvolti – se tengono al loro lavoro – è richiesta una dose notevole di buona volontà, tolleranza, disponibilità “. Dobbiamo confessare che alla prima lettura della lettera lo abbiamo interpretato con indignazione, come se si rivolgesse ai funzionari delle Soprintendenze. Ma non vogliamo e non possiamo credere che così fosse, perché anche a chi – come ben si vede dalle argomentazioni – non conosce dal di dentro il nostro lavoro, ma ha contatti frequenti con le Soprintendenze, non può sfuggire la nostra situazione. Non è questo il contesto nel quale snocciolare la giaculatoria dei nostri ben noti mali cronici (carichi di lavoro e responsabilità amministrative schiaccianti, stipendi offensivi), nonostante i quali, e nonostante i grandi disagi derivanti dalle riforme, tentiamo ad ogni costo di garantire ancora standard di quantità e qualità di lavoro. Almeno su questo siamo certi di avere la solidarietà della prof.ssa Gualandi e degli utenti di questo sito.

API – MiBACT Sardegna
Il Coordinatore Regionale
Chiara Pilo
API – MiBACT
Il Presidente Nazionale
Italo M. Muntoni

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getintervento&id=1218