Cara Letizia,
mi permetto di rispondere, con un po’ di meditato ritardo, alla tua lettera aperta al Collega Rubens, sia perché i Colleghi di API/MiBACT hanno provveduto con dovizia di particolari a ribattere alle tue affermazioni, sia perché preferisco, da Funzionario con diretta esperienza del territorio Toscano e Pisano, risponderti a titolo personale, seppure (visti gli oscuri tempi) con la necessaria tutela assicurata dal mio ruolo in una associazione di Categoria come ASSOTECNICI.

Premetterò, quindi, con la pragmaticità che mi è propria (e che ben conosci per diretta esperienza) una serie di osservazioni a quanto hai scritto, per concludere con alcune considerazioni di carattere generale sull’architettura della cd. “riforma”.

– E’ innegabile che ogni cambiamento rechi problemi organizzativi; ti faccio presente che negli ultimi 15 anni questa è (se non sbaglio) la settima riforma di un ministero innegabilmente inviso alle forze economiche. Il grave limite di questa riforma, tuttavia, come è già stato sottolineato, e’ nel fatto che è stata elaborata nell’assoluta incoscienza di quanto si andava a riformare, in termini di procedura, prassi amministrativa, normativa e organizzazione degli uffici. A questo si è accompagnata la totale assenza di indicazioni operative sulla sostanza dell’azione amministrativa (vale a dire sulle procedure), che è quella che va ad incidere direttamente sullo stato del Patrimonio Culturale della Nazione. La cosa mi sembra oltremodo grave. A te no?

– Manca nella Tua ogni considerazione sulla separazione amministrativa dei Musei “secondari” (mi si consenta la definizione) dai loro contesti areali. Chi ha “pensato” la riforma ha evidentemente tenuto presenti solo le grandi raccolte museali, avulse dai loro contesti territoriali, o facilmente separabili. L’attribuzione dei Musei “minori” ai Poli Museali ha separato con un colpo di accetta depositi, laboratori di restauro e operatori tecnici dai loro territori, facendoli a volte gestire da funzionari non specialisti distanti chilometri dalla loro realtà (alla faccia dell’ottimizzazione), rendendoli gestionalmente (e a breve anche fisicamente, avulsi dai territori con cui avevano sviluppato una intensa interrelazione culturale.

– Il malfunzionamento delle Soprintendenze è (era?) dovuto al male che affligge endemicamente tutta la Pubblica Amministrazione del Bel Paese, al quale, per convenienza ed utilità, la politica non ha nessuna intenzione di ovviare: lo status della dirigenza. La regolamentazione vigente, infatti, se da un lato imbriglia con decisione i Dirigenti alle direttive politiche (alla faccia della costituzionale terzietà della Pubblica Amministrazione), di contro li deresponsabilizza dal risultato effettivo. Ne consegue che non conta necessariamente ciò che si è realizzato, ma che la procedura amministrativa impiegata sia impeccabile. Qualora (e non è per fortuna il mio caso) il Dirigente sia impreparato o non controlli a dovere l’operato dei funzionari, il disastro è garantito. Se in una fabbrica non funziona il ciclo di produzione di un reparto, nel privato il primo a farne le spese è il caporeparto, non gli operai.

– Le strutture periferiche del MiBACT, contrariamente a quanto Tu sembri suggerire, sono composte da persone che tengono enormemente al loro lavoro, e che per effettuarlo stanno compiendo enormi sacrifici. Molti funzionari “temporaneamente assegnati” ad uffici di altre città (e quindi, fino all’espletamento delle procedure di mobilità, tenuti ad espletare il loro servizio in regime di missione) si recano regolarmente nei nuovi uffici (in altre citta’) a loro spese, senza che a queste missioni sia stata assegnata la minima copertura finanziaria (garantita, peraltro con cifre risibili, solo per le missioni “ispettive”). C’e’ chi ha scioperato per molto meno.

– La considerazione sull’ottimizzazione dei costi invece rivela la totale non conoscenza delle modalità di lavoro degli uffici. Le Soprintendenza, private dei Musei locali (e quindi dei loro presidi sul territorio) sono state private anche dei depositi e dei laboratori di restauro. Quelle frazionate (come in Toscana) sono completamente prive del personale tecnico formato all’ambito archeologico, rimasto a Firenze. I Funzionari archeologi devono quindi fare a meno di assistenti, restauratori, amministrativi, a meno di non gravare sulle già provate strutture delle Soprintendenze ai Monumenti, a cui di fatto sono state accorpate. Per non parlare degli archivi, rimasti come da norma nei capoluoghi o nelle sedi originali, che richiederanno missioni ad ogni consultazione. Alla faccia dell’efficienza. Vista la scarsezza dei fondi già in precedenza assegnati alle missioni dei Funzionari non vedo come questa riorganizzazione possa aver ottimizzato la spesa.

– Il frazionamento dei “contesti storici” fa sorridere? Può darsi. Ma cosa dici del frazionamento consistente nella separazione dei Musei dal loro contesto vitale, dal territorio che con loro interagiva con scoperte, scavi, restauri, rinvenimenti? Fa sorridere anche questo?

– Sulla difficoltà per l’utente di accedere a diversi uffici, posso (anche se solo in parte) concordare. Ma devo comunque riprendere le tue considerazioni e valutare alcuni effetti:
I vantaggi per i comuni cittadini sono tutt’altro che innegabili. I pareri per le realizzazioni in genere vengono richiesti direttamente dai Comuni o dagli Studi dei progettisti. Le pratiche, effettivamente recapitate ad un unico indirizzo, ora rimbalzano tra i vari funzionari competenti per soggetto (a parte gli uffici non è cambiato nulla), aumentando drasticamente il rischio di incappare in ritardi o, peggio, nel silenzio/assenso e quindi in potenziali irreparabili danni al patrimonio, in particolare l’archeologico.
Che ci siano vantaggi per i funzionari, lasciaglielo dire a loro. I diversi funzionari, per le diverse competenze, devono comunque seguire la stessa pratica sotto i diversi aspetti (archeologico, storico artistico, architettonico, ambientale). Questo è indispensabile (altrimenti il parere perde la caratteristica di parere tecnico e, come Tu sai, diventa impugnabile); mi sembra peraltro strano che proprio un Docente di Metodologia della Ricerca Archeologica confonda il lavoro di un Architetto con quello di un Archeologo.
Che i vantaggi ci siano per gli studiosi? Può darsi. O forse no. Ad esempio, tutto il problema sollevato dalla normativa sulle concessioni di scavo (che ha fatto addirittura gridare “cancelliamo le Soprintendenze” a un paio di Universitari fautori della riforma), non è stato minimamente risolto dalla riforma stessa, ma (e solo in qualche caso) dal buonsenso e dalla disponibilità di tanto vituperati Funzionari. Come più volte ASSOTECNICI ebbe a ribadire, il problema è normativo, e va risolto in sede normativa. Del resto, molti colleghi Universitari si sono apertamente schierati contro la riforma. Evidentemente anche loro avranno le loro motivazioni.

Tornando agli effetti della riforma, vorrei semplicemente segnalarti due problemi:
Il famoso “parere unico” tanto olisticamente decantato dai cantori del nuovo, veniva già emanato, nei tempi di legge, dai Segretariati Regionali, che recepivano in tempo utile i pareri perfetti delle Soprintendenze e li unificavano in un unico documento. Adesso i funzionari devono comunque emettere un parere distinto, seppure endoprocedimentale (altrimenti si perde la caratteristica di parere tecnico, e quindi il parere diventa impugnabile), ma la lettera finale deve riportare un unico referente del procedimento, come prevede la legge Bassanini. Il parere, se firmato da un Dirigente non specificamente competente, perde quindi immancabilmente forza in caso di contenzioso. Gli effetti li vedremo tra qualche anno (e qualche ricorso).
Il caos organizzativo, i problemi gia’ descritti, la scarsità di mezzi degli Uffici, ma soprattutto l’indeterminatezza e l’incertezza dell’azione amministrativa hanno portato, come noi uccelli del malaugurio vaticinavamo, ad un drastico calo delle pratiche di tutela, che in alcune regioni ha superato il 60%. Non voglio credere, come alcuni pensano, che non fosse proprio questo a cui si voleva giungere. Le conseguenze sul patrimonio le vedremo tra qualche anno; quelle sull’occupazione le vediamo subito. Chiedi a qualche tuo laureato quante assistenze o quanti cantieri sta seguendo attualmente. Poi ne riparliamo.

– Carenza di finanziamenti adeguati e di personale: sui primi non posso che concordare. Ma puntualizzando come i tagli dei finanziamenti siano stati operati in maniera coscientemente rivolta a limitare in ogni modo le spese di funzionamento e di manutenzione, disintegrando ordinario e programmazione in favore di grandi interventi e grandi eventi. Non nascondiamo la testa sotto la sabbia: qui la responsabilità politica è innegabile, e va considerata anche nel combinato con la riforma. Per quanto riguarda la carenza di personale qui invece ti devo contraddire. E so già che, in questo modo, come già in passato, mi attirerò gli strali di molti. Il personale cui molti osservatori dei Beni Culturali più saggi di me fanno riferimento, vale a dire i Funzionari, è quello che, al momento, serve di meno. L’urgenza non è di assumere, come trionfalmente sottolineato dalla stampa, centinaia di Architetti, Archeologi e Storici dell’Arte (che, vogliamo scommettere? verranno assegnati solo a grandi musei e grandi aree archeologiche), ma di tutto il personale di supporto che serviva al funzionamento delle strutture periferiche: in breve, geometri e ragionieri. Se costringi i Funzionari tecnici a ruoli da amministrativo per endemica carenza di personale di supporto all’azione amministrativa, allora rassegnati ad una “burocratizzazione” del ruolo tecnico. P.S.: i finanziamenti (quelli delle Soprintendenze) non sono per nulla superiori a quelli degli anni passati.

Concludendo: Questa riforma, per quanto Tu possa pensare, sta avendo effetti disastrosi sulla tutela del Patrimonio Nazionale, sulla valorizzazione di tutto ciò che non è un Grande Museo o un Grande Parco, sulla occupazione dei liberi professionisti, sulle condizioni di lavoro (scusa se considero anche queste) dei Funzionari delle Soprintendenze. Non voglio credere che sia stata pensata, come molti sostengono (e come qualche politico ha candidamente ammesso) per eliminare definitivamente le Soprintendenze dalla scena; La storia ci darà ragione, temo, quando sarà troppo tardi.
E non mi venire a dire che i Funzionari sono poco collaborativi: le Associazioni di Categoria, ASSOTECNICI e API-MiBACT in testa, dopo una vivace quanto mediaticamente occultata protesta, pur ribadendo il loro dissenso sull’impianto generale della riforma, hanno offerto a più riprese la loro piena collaborazione per agevolare l’attuazione della riforma, con spirito di servizio e coscienza. La loro partecipazione ai tavoli tecnici, formalmente promessa dallo staff del Ministro lo scorso febbraio, non è mai stata minimamente presa in considerazione, nonostante due lettere congiunte di disponibilità. Non posso che concordare sulla necessità di rimboccarsi le maniche: ma per costruire insieme, non per applaudire acriticamente.

Andrea Camilli
Funzionario MiBACT
Vicepresidente di ASSOTECNICI