Gli oltre due anni dall’emanazione della prima “riforma” Franceschini (D.P.C.M. 29 agosto 2014, n. 171) e l’anno trascorso dalla seconda tranche riformistica (D.m. 23 gennaio 2016) dovrebbero essere un tempo sufficiente per un primo bilancio critico.

Oltre ad alcune inchieste giornalistiche (v. in particolare il Fatto Quotidiano https://emergenzacultura.org/2016/12/30/in-campania-favorita-la-camorra-in-sardegna-tesori-abbandonati/), le ultime settimane hanno visto le prese di posizione (https://emergenzacultura.org/2017/01/01/tomaso-montanari-lanno-e-il-ministro-orribile-dellarticolo-9/  ) di chi – dall’interno del Mibact – ha vissuto questa fase di cambiamento in prima persona.

Il quadro che ne emerge è a senso unico: lo stato di paralisi, in particolare delle Soprintendenze territoriali “olistiche”, è diffusissimo. E non si tratta solo delle “consueta” e ormai pluridecennale carenza di risorse su tutti i livelli: il caos amministrativo si somma a quello logistico-organizzativo, inevitabile conseguenza di un provvedimento – quello della “riforma” – la cui applicazione si ispirava alla deregulation più colpevole.

Privo di indicazioni a qualsiasi livello dal Collegio Romano o peggio sballottato fra indicazioni perennemente in ritardo rispetto alle esigenze, contraddittorie o addirittura inapplicabili, per oltre due anni il personale ha provato “a rimboccarsi le maniche”. E come tempistica per un “trasloco” non si può certo definire rapida.

Davvero inspiegabili  appaiono quindi i rimbrotti di chi – dall’esterno dell’Amministrazione, quindi senza alcuna esperienza diretta – esorta i funzionari e il personale tutto ad uno sforzo, e “a farsi venire delle idee”, quasi che decine di mesi trascorsi in questo tentativo non fossero un banco di prova sufficiente.

Lascia anche basiti l’affezione al concetto di come lo spirito e gli esiti della riforma vadano separati dalla situazione di debolezza strutturale del Mibact quanto a personale e a risorse finanziarie: dunque, par di capire, il testo della riforma fu emanato “a prescindere” dal contesto istituzionale, economico – organizzativo in cui si andava a calare? Dunque la riforma che doveva rilanciare gli orizzonti della tutela e della valorizzazione fu elaborata senza tenere conto alcuno della situazione presente non solo al momento della sua entrata in vigore, ma per gli anni a venire (gli anni anagrafici del personale, ad esempio, essendo, per loro natura, dati oggettivi e conoscibili a priori). Basterebbe già questo a segnalarne l’improvvisazione e la carenza strutturale di impianto.

E che i due aspetti siano inscindibili, oltre che il più modesto fra i docenti di diritto amministrativo, lo ribadisce – con la più dolorosa delle evidenze – ciò che è accaduto e che sta accadendo nelle aree terremotate. Qui, interi territori si sono trovati abbandonati, nei momenti cruciali per la tutela del patrimonio culturale, proprio a causa del micidiale sovrapporsi della carenza endemica del personale e del suo allontanamento dalle Soprintendenze a causa della riforma.

Su di un aspetto della lettera concordiamo pienamente, laddove si dice che “tutti i comparti pubblici lamentano le stesse difficoltà”: il processo di ridefinizione/riduzione degli spazi pubblici in atto da tempo – e ferocemente – e a livello globale, è un dato di fatto conclamato e le cui conseguenze stanno diventando sempre più visibili.

Proprio perché “olistica”, questa manovra andrebbe quindi contrastata a livello collettivo, sottolineando piuttosto gli elementi comuni: perché se Atene piange, Sparta non ride di certo. E la contraddizione fra un’Università – quella attuale – “migliore di quella della fine del secolo scorso”, dove la qualità viene magicamente mantenuta alta  con la metà esatta dei docenti rispetto a quindici anni fa, non sottolinea drammaticamente solo un’aporia logica.

E’ in questa direzione, quella di una discussione allargata che parta dagli esiti ad oggi della riforma e si allarghi a comprendere le criticità del percorso universitario (a partire da quei corsi in Conservazione dei Beni Culturali, definiti non a caso una “bomba sociale”) e la drammatica situazione del precariato intellettuale in materie umanistiche che Emergenza Cultura invita a muoversi.

Quale contributo all’indispensabile operazione di critica analitica dell’attuale situazione del sistema della tutela in Italia, Emergenza Cultura proporrà, nelle prossime settimane, un dossier, che offriremo come base documentata di una discussione allargata.

Il Direttivo di Emergenza Cultura

3 gennaio 2017