di Vittorio Emiliani

Dopo Raggi? Risposta a Massimo Fini che vuole distruggere la città

Massimo Fini, compaesano dei comaschi Plinio, il Vecchio e il Giovane, invoca “Delenda Roma”, capitale colpevole di ogni colpa, prima fra tutte quella d’essere capitale. Come non cercare di rispondergli da romanista del Nord (seppure nato appena sopra il fatal Rubicone) trapiantato a Roma da un quarantennio?

La colpa, o il merito, della scelta di Roma va a Cavour che la definisce, mischiando un po’ le carte, “la sola città che non abbia glorie soltanto municipali”. Poi c’è la sinistra risorgimentale, Mazzini e Garibaldi, sognano da sempre una Roma senza più governo del papa. Capitale antichissima di uno Stato appena nato. A differenza di altre capitali, da noi le colpe e gli scandali del malgoverno nazionale finiranno sul groppone millenario di Roma.
La capitale sosta qualche anno a Firenze e lì molti (Bettino Ricasoli in testa) vorrebbero trattenerla. Ma Roma è la capitale ineluttabile, per tante ragioni. Essa ha un territorio enorme (200.000 ettari, oggi 129.000) e appena 212.000 residenti, qualche industria meccanica e molitoria, molti preti, frati e monache, congregazioni di mestiere (macellari, funari, norcini, ecc.) e opere pie assistenziali, una ferrovia, un fiume pazzo che quasi ogni anno la allaga, una nobiltà nella media poco colta (tranne i Caetani). Insomma una città fragile, semi-rurale, fra la Tevere Remo (nobiltà nera) e piazza del Popolo ci sono ancora 500 pollai coi galli che cantano a tutto spiano. La assedia l’Agro malarico (“Er deserto”, dice Belli) dalle Mura Aureliane al mare di Ostia.
Regista della Terza Roma è il tecnocrate biellese Quintino Sella che fa la minestra: “capitale della Scienza e delle Cultura” (Università, Lincei, Accademie, molte straniere), “senza soverchie agglomerazioni operaje” assai disturbanti per i lavori parlamentari (lo spettro “rivoluzionario”). E poi la Terza Roma da edificare non nella vastissima e deserta Piazza d’Armi fra Vaticano e Ponte Milvio o negli spazi vuoti verso Tivoli, bensì “sopra”, dentro la Roma dei Cesari e dei Papi. E così prepara la gigantesca frittata urbanistica e trasportistica che renderà Roma ingestibile. Peggiorata da Benito Mussolini che: a) fa di piazza Venezia il centro inesorabile della città prima policentrica; b) demolisce e sventra a tutto spiano deportando migliaia di poveracci in borgata; c) vieta nuove industrie ma richiama una fiumana di immigrati esentando Roma dalla legge che proibisce allora di emigrare se non hai già un lavoro e una casa;
d) svelle a tutta forza una mirabile rete tranviaria creata soprattutto dal mitico sindaco Nathan, mazziniano, massone ed ebreo (ben 431 Km di tranvie) perché confligge “col carattere imperiale di Roma”. Un vero “pataca”. Che non si butta neppure a costruire metropolitane, solo un pezzetto. E ad ogni legge speciale per Roma (con Crispi) molti sono i “no”. Dopo il ’46, zero leggi speciali per la capitale, fino a Craxi-Mammì 1984.
In compenso Roma durante il fascismo ha più che raddoppiato gli abitanti, da 600.000 a 1.400.000. Poi l’immigrazione diventa un flutto umano, 100.000 all’anno, un picco di 2,8 milioni di residenti (ufficiali) nell’81 e su quelle vette Roma è rimasta. Milano (1,3 milioni), Torino, la stessa Napoli (800-900.000) sono regredite nel frattempo a cittaduzze. Mentre dalla “breccia” ad oggi Roma ha visto aumentare gli abitanti di ben 13 volte, con sofferenze e traumi sociali e urbanistici. Era meglio se non diventava capitale? Certo, dalle speculazioni del cardinal De Merode ad oggi ben 54 ville storiche romane sono state cementificate. In una pianta del 1848 fra Palazzo Barberini, il Pincio e Porta Pinciana ci sono soltanto vigne e prati. Lo stesso verso Porta Pia. Chissà che deliziosa città sarebbe stata Roma senza capitale. A Gioachino Rossini piaceva tanto: “Qui niente va veloce”.

Il Fatto Quotidiano, 24 Dicembre 2016